Io pensavo che sarebbe stato lo sciopero. Scherzavo, ma fino a un certo punto. In azienda avevano il licenziamento facile, e comunque non c’era bisogno di una Content Writer italiana, gli italiani erano pessimi clienti. E poi mentre ero allo sciopero generale c’era stato un lavoro urgente per me. L’avevano passato a Lucilla, del Servizio Clienti.

Sì, se dovevano licenziarmi, l’avrebbero fatto per quello.

E invece no.

Il lavoro mi piaceva. Scrivevo, finalmente, anche se descrizioni di appartamenti e traduzioni dall’inglese. L’ufficio sembrava la succursale dell’ONU. Una volta ho sentito due colleghi, un olandese e un francese, parlarsi in portoghese perfetto. Doppia nazionalità. Era quasi la norma, lì.

Ma ultimamente mi pesava un po’. Il passaggio al part-time e al nuovo dipartimento, la gente licenziata su due piedi (ti chiama il manager, torni, baci tutti e via), ordini e contrordini su cosa scrivere e come.

E poi… Ma non posso raccontare tutto, qui, venite a prendervi un caffè e vi spiego perché quel giorno ero andata al lavoro con l’idea che sarebbe cominciato un periodo difficile. E la certezza che l’avrei superato.

Se guardo fisso davanti a me rivivo tutto. Eccomi al lavoro, quasi puntuale. Apro l’Excel, scorro gli appartamenti a cui dare un nome. Sono aumentati, mentre scioperavo. Quelli di Berlino sono sempre i più difficili, tocca consultare Petra. Xisca ha un bel vestito. Marie litiga al telefono col maestro del figlio. Alan racconta un aneddoto su quando era maestro. Andy arriva alle 11, nascondendomi un po’ Alan. Bianca non c’è. Perché? Boh, ieri non stava bene, rispondono.

Sarà per questo.

E poi viene il manager “creativo”, quello delle riunioni sui social media.

Venite su per una riunione?, chiede. Solo noi di Content.

Prendo l’agenda, la penna e il bicchierone d’acqua, dal distributore all’ingresso. Quella del piano di sopra sa di fango.

Ma la riunione è al terzo, e non ho la giacca. Lì farà fresco anche in un giorno così. È sempre vuoto…

No. Stavolta no.

C’è il manager biondo. Quello che assume. E licenzia.

Ci fa sedere nella stanza spoglia, intorno alla tavola rotonda. Ci guarda poco.

– Ragazzi, vi devo dire una cosa…

Ce ne dice tante. Bancarotta. Dimezzare il personale per sopravvivere. Ristrutturazione.

– … e quindi, per salvare l’azienda, dobbiamo fare a meno di voi.

Tutti?

Tutti.

E subito. La giornata è pagata. Massima liquidazione. Giorni di ferie compresi. Sta a noi decidere se andarcene a fine turno o all’istante. Nessuno ci biasimerà.

Guardo tutti. Guardo davanti a me.

Quindi non esistiamo più. Come gruppo, dico. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno. E da oggi non esistiamo più.

Ma non ascolto, davvero.

Guardo davanti a me. E penso soprattutto a una cosa, e mi sento un po’ in colpa per pensarla.

Sollievo.

Questo penso, guardando davanti a me.

Niente nuova fase difficile, niente appartamenti da battezzare e descrivere. Peccato. Nostalgia. Ma anche sollievo.

Poi il manager biondo passa alla stanza accanto, e comincia la processione. Ci chiama uno a uno, per firmare i documenti. Spiega tutto per bene, è gentile. E allenato. Questa è la tua copia, firma ogni foglio, se vuoi puoi scrivere che ti riservi di parlare col tuo avvocato.

Sono la prima e chiedo di Bianca, pur sapendo. No, lei resta. Meno male.

I documenti sono in spagnolo. Senza accorgercene abbandoniamo anche noi l’inglese aziendale.

E nel suo spagnolo aspro il biondo mi dice che per me ha un affetto speciale. Che suo padre era prof. all’università e ammira quel mondo, e che dopo avermi assunta era salito entusiasta a parlare di me. Me l’hanno raccontato, rispondo. Non so che dire. Sembra sincero. Forse un giorno manderanno via anche lui.

Esco. L’altro manager è ancora là. Cerca di confortarci, forse ci controlla. Sembra una seduta di alcolisti anonimi. Molto silenzio e qualche parola su come ci sentiamo. Già, come.

Marie e Alan sono calmi.

Petra quasi piange.

Xisca sorride, come sempre.

Andy, davanti a me, si offre di scrivere un report sull’azienda. Ci ha lavorato più di tutti.

Io voglio solo andarmene.

Scendiamo a raccogliere le nostre cose.

Bianca c’è, stavolta. E piange.

I biscotti li lascio lì, sono secchi. Spengo il PC. Il documento delle descrizioni, quasi 200 pagine, non si chiude subito.

Salva modifiche?

No.

Vado anch’io ad abbracciare Bianca. La capisco. Quando toccò a me restare piansi un po’ in bagno. Ora so che stai meglio quando te ne vai.

I “superstiti”, infatti, ci guardano timidi. Andrea mi bacia prima la guancia destra, come se fossimo in Italia.

Marcos mi abbraccia.

Dennis è più rapido di quanto vorrebbe, non dobbiamo dare nell’occhio, gli altri sono nervosi, sanno che tocca a loro: alla fine un’e-mail è circolata. Non saprò mai se l’ho ignorata o la posta non funziona, come sostiene Marie.

Niente nomi, comunque. Solo il numero dei licenziati.

19.

Ovviamente mangiamo insieme.

Lontano, nel Born. Nel posto dei calçots. In realtà non li abbiamo mai mangiati, lì, i calçots, perché quand’eravamo passati a prenotare, prima Andy e poi io, era chiuso. Ora no.

Aggiungiamo sedie. Petra non viene, ha “del lavoro da fare”. Bianca adesso sorride un po’. Ordiniamo.

Poi fondiamo una nuova compagnia, che affonderà “quella di Bianca”.

Poi critichiamo le politiche aziendali e le razioni scarse.

Alan mi spreme la maionese dal tubo semivuoto. Gli diciamo del biglietto di addio, comprato quando l’avevano licenziato e poi ci avevano ripensato. Ride. Li invito tutti sul mio balcone, dopo Pasqua, per la consegna.

Dopo Pasqua.

Marie se ne va per prima, per prendere il figlio a scuola.

Io li lascio sotto l’ufficio, non voglio risalire.

Li abbraccio tutti. È un addio affollato, ci sono anche quelli scesi per la pausa pranzo, che non hanno fame.

Chiedo ad Alan se mi restituisce il libro. Mi dice di sì.

Andy si meraviglia della stretta, la Champions non è finita. Dice see you soon, come a scuola.

Sorrido e vado via.

Poi torno indietro perché ho dimenticato Xisca.

Come se non ci vedessimo più, scherza lei.

Sorrido di nuovo, e vado davvero.