Da quando vivo a Barcellona incontro sempre un venditore di rose.

Pakistano, immagino, anche se non lo so, non mi parla mai. Viene, mi stringe la mano come se volesse giocare a braccio di ferro, e nel caos generale del localino di turno mi offre una rosa. “Gratis”, dice. Ed è vero. “No, grazie mille, davvero” rispondo, e poi dico “buona fortuna, qué vaya bien”. Lui insiste un po’, poi se ne va.

Da tre anni. Mi riconosce sempre nonostante i cambiamenti, le reclusioni in casa seguite all’ebbrezza del primo anno, nonostante i vestiti prima scuri e ora colorati, o i disperati tentativi delle parrucchiere, sempre diverse, di rendermi irriconoscibile.

No, lui mi riconosce tra mille, come farà con mille altre. E mi offre la rosa. Due volte mi ha trovato con un ragazzo, e mi ha chiesto se fosse il mio fidanzato. Una volta gli ho risposto di sì. Vorrei anche fermarlo e farci due chiacchiere, scoprire che fa e perché vende rose, che strana storia ha da offrirmi insieme al suo spagnolo stentato, come se fosse la più normale delle storie, quello che capita a tutti. Vendere rose a svariati giorni d’aereo da casa. Sembra quasi romantico. Ma non posso neanche offrirgli una birra, la rifiuterebbe. E raccontare la tua vita davanti a un succo di frutta sarebbe un’impresa ardua anche per me.

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