Io dell’Italia avevo una certa idea. Non era colpa sua che fosse sbagliata. Manco mia, forse, o non del tutto… Ma ho cominciato male, si era detto “post serio”, non triste.

Le voglio pure bene, eh, se si può volerne a una penisola a forma di stivale che abbiamo caricato di significati. Solo che mi trovo meglio fuori. Mi piace tornarci, mangiare bene, dormire su un cuscino buono, che qua a Barcellona non ne trovo, e… mangiare bene già l’ho scritto? Ah, salutare i miei. Ma quelli me li godo anche qua, quando mi vengono a trovare.

No. In Italia al momento ci torno per ricordarmi come la volevo. La “mia” Italia. Avevo pensato a tutto, eh, dove vivere, cosa fare, chi sposare, come chiamare mia figlia (sì, perché immaginavo una femmina). Poi ho perso il sogno e l’Italia e buonanotte. Li ho persi così, come una volta si perdeva la casa giocando a carte. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia terra è buttarmi via con grazia, come niente fosse.

Però sono stata fortunata. Dice che gli dei quando ti tolgono qualcosa ti rimborsano. Se gli cedi la vista ti danno la divinazione in omaggio. Ricordate Tiresia, l’indovino greco diversamente abile? Gli occhi in cambio del futuro.

Ecco, con me gli dei, o chi per loro, hanno fatto il contrario. Mi hanno tolto il futuro e mi hanno dato gli occhi. E devo dire che sono abbastanza grandi da contenerne, di cose. Mi sono costati l’Italia che volevo, l’amore che volevo, i miei sogni.

Ma me li tengo volentieri.

(Poi, se mi girano, scendo a riprendermi anche quelli. I sogni, dico.)