Ora lo so: Barcellona mi ha insegnato a dormire. Mi ha insegnato anche il catalano, il gazpacho (anche se è andaluso) e l’indipendenza. Ma soprattutto a dormire.
Ieri me l’ha detto anche papà, che per festeggiare il mio ritorno pasquale si è preso un giorno di ferie: “Adesso non ti alzi la notte e non resti con la luce accesa per ore”. (Ha aggiunto pure “sarà la vecchiaia”, ma lasciamo perdere.)
Oddio, la luce è meglio spenta, che la mia “cameretta” è diventata un museo. Un ripostiglio, anche: se tornassi senza preavviso dovrei farmi strada con le ruspe. Ma ci trovo anche 30 anni di storia, compresi i capitoli che strapperei dal parato ingiallito, dai libri tradotti che non guardo più.
È un confronto con la bimba leziosa che ha scelto i fiorellini alle pareti e collezionato le bomboniere più atroci. Mi domando come sia arrivata a 31 anni senza che la prendessero a badilate. Ma del seNo di poi son piene le fosse, e solo quelle: il cassetto coi residuati bellici della Wonderbra non finisce mai di stupirmi.
Comunque la nuova protagonista è lei, la poltrona. Di un moderno ammiccante al rétro, struttura in legno e rivestimento rubino. Regalo di un paziente di papà, che quest’anno ha portato pure il poggiapiedi. Me l’hanno piazzata tra letto e terrazzo, come sfida costante alla mia pigrizia. Prima leggevo distesa sul balcone, tra le foglie del nespolo che non c’è più e le urla dei vicini, aumentate dalla nuova prole.
Ora mi schiaffo lì, e avvicino pure il tavolino IKEA, risarcimento del lettino pieghevole sequestrato ormai da anni. Ci metto su i miei libri schizofrenici, tra Brontë junior e Roberto Bolaño.
E tra le cime tempestose e i detective selvaggi mi addormento. Come ieri.
Mi sveglia un vortice d’immagini e voci, un album di figurine che non so riordinare. Rivedo i nuovi acquisti della famiglia, che a 6 o 10 anni parlano tanto inglese ibrido e pochissimo napoletano, e taggano e cliccano ma friarielli si dice “friggiarelli”. Rileggo gli auguri di non so che vescovo, nell’italiano pomposo di chi non lo conosce.
Parliamo sempre la lingua dell’ultimo conquistatore, ricordo stiracchiandomi, e mi rendo conto che non so più se sto a Barcellona a sognare di Napoli, o il contrario.
Decido che sto nella Terra di Nessuno, in cui ho 5 anni e il parato a fiorellini, 15 e un Wonderbra soffocante, 31 e l’assegno di disoccupazione (forse).
E che a volte si devono fare i chilometri per tornare a una poltrona che manco esisteva ed essere proprio io, ancora una volta.
La prima volta.
– Maria, vuoi il caffè?
– Arrivo!
Manco mi piace, il caffè.