Il problema ora è il sonno. Per il resto tutto bene, le buone notizie non mancano e le cattive, per quanto reiterate, già si sanno. Ma mi sveglio prestissimo e non mi riaddormento più, se non 12-13 ore dopo (e la pennica alle 7 di sera non è proprio il massimo).

Insomma, arrivo stanca morta a una giornata zeppa di coincidenze: il picnic con gli ex colleghi lo stesso giorno della Fira de la Terra, e il Barça che scende in campo col Real 45 minuti prima di NapoliNovara.

Ma alle 13.45 scendo in campo anch’io col mio fagotto di sartù di riso (vegetariano per accontentare tutti) e m’incammino verso il Parc de la Ciutadella.
Tra l’Arco e il Parco inondo i bancarellari di energia negativa: coi loro poteri New Age intuiscono senz’altro che i miei chitevvivo alla folla radical-chic non sono proprio amichevoli. Purtroppo non ho nemmeno intravisto la bancarella che per 5 euro ti fotografa l’aura.

La Fira de la Terra è così: un concentrato di prodotti naturali ed energie “alternative” per farti rientrare in contatto con la Madre Terra, e pagare 5 euro una cucchiarella di legno. L’anno scorso avevo ascoltato le catalane in saree che pregavano in sanscrito e gli indiani veri, che si aggiravano tra i fricchettoni spalmati sulle aiuole con la stessa litania di sempre: cerveza beer
Anche stavolta i pakibeer ci prendono letteralmente d’assalto, ma la danza messicana alle nostre spalle, con tanto di tamburi e piume colorate, è il punto di riferimento ideale perché i ritardatari ci trovino subito.

Le ragazze di Content sono al completo, i nordici si spalmano la cremina fattore 50 alla prima minaccia di sole. Ma il clima schizofrenico ci fa sospettare che gli irrefrenabili danzatori piumati, oltre a spaccarci i timpani, stiano facendo una danza della pioggia. Motivo in più per guardarli in cagnesco.
E a proposito di cagnesco, un simpatico Yorkshire piomba dritto sul mio riso e lo annusa con calma prima che realizziamo di non essere anche noi sotto effetto del Peyote.

Del lavoro parliamo poco, giusto il tempo di dire che a Julia dovevano 1000 euro, ma tanto le costerebbe l’avvocato per reclamarli, e di aggiungere un com’è cambiato l’ufficio, ora che siamo andati tutti a prenderci gli ultimi documenti. Ormai non è più parte della nostra vita, osserva Petra. Nenche noi lo siamo, mi dico io, accorgendomi che prenderei un caffè con ciascuno degli ex colleghi, ma tutti insieme ormai non abbiamo più senso, siamo un’accozzaglia di risate messe insieme da un contratto a termine. Che è, appunto, terminato.

Offro ai ritardatari il riso “da cani” e me ne scappo: il sonno mi vince e non ce la faccio a barricarmi nello Sports Bar due ore prima delle partite. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere in anteprima quale avrebbero proiettato sullo schermo gigante: Napoli o Barça? Il cuore o gli affari?

Nel dubbio raggiungo casa, respirando il rarefatto clima prepartita. Mi addormento con le vuvuzelle e mi sveglio col bollettino di guerra di Marianna: il bar è inavvicinabile, neanche dai marciapiedi s’intravede lo schermo. Addio partita del Napoli. Io resto nel Raval, loro tornano a casa per evitare scontri sulla Rambla.

Li capisco: la strada per Riera Alta, dove vivevo prima, fa tanto Napoli il 31 dicembre, quando scatta il coprifuoco. Non riesco a godermi questo “derby” arrabbiato, c’è troppo livore, troppa politica al di là dei colori e dei giocatori fashion. E poi dallo sciopero generale del 29 marzo ho paura, un occhio non lo perderei manco per i diritti dei lavoratori, manco per il Napoli, figurarsi per il Barça. E i silenzi che seguono a ogni petardo mi confermano che sono paure condivise.

Ma Khedira ormai ha già segnato e il barista del Folgoso dice solo:
– Arrivi tardi, ti aspettavo.
Che carino. Mi aspettava anche se l’ho tradito spesso, per schermi più grandi, piatti più partenopei e occhi più chiari dei suoi pakistani che adesso mi misurano le dosi della clara di rito.

Il bar è quasi impraticabile, gli irriducibili gruppetti catalani fanno massa contro gli immigrati sparsi, che per una sera s’illudono di essere i benvenuti perché gridano “Barça” con la a catalana. E per l’occasione sfoggiano uno spagnolo da manuale:
– Dale, coño, tu puta madre!

Il signore davanti a me ride di un ordine del cameriere pako (“una birra, capo!”) e mi cede lo sgabello di fronte al Barça che perde in casa. Ringalluzzita dai centimetri guadagnati, ordino una tapa de jamón y pan con tomate.
– Pequeña o normal? – fa il barista.
– Normal – rispondo offesa.

Gli altri avventori non mi riconoscono. Nascosto dietro il panettiere pako, il fruttivendolo marocchino fa gli scherzi alla bimba del negozio cinese, che in perfetto spagnolo chiosa un goal mancato:
– Ma che tipo, questo, stava per segnare, e poi… non ha segnato più.

Segna il compagno Alexis, e per un momento è festa grande, mentre mi chiedo che faccia il Napoli e spero che il peruviano antipatico alle mie spalle non mi abbracci nel trasporto generale. Si limita a offrirmi da bere. No, grazie. Rifiuto anche un’altra clara, Ronaldo ha segnato il secondo goal e nessuno ci crede.

Piove in campo e in strada e la partita finisce così. Prima di tornare a casa ho tempo per un po’ di retorica, così facile davanti a un campo di calcio: osservo Pep Guardiola di spalle, lo ricordo sorridente al Gamper e già lo vedo alla conferenza stampa a spiegare come ha fatto l’invincibile Barça a perdere al Camp Nou. Tempi duri, Pep. Ma poserai il culo davanti ai microfoni sponsorizzati e dirai che siete pronti a ricominciare.

Quasi quasi prendo esempio.

Come il Napoli che, scopro a casa con sollievo, finalmente ha vinto.

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