Quest’anno le ciliegie sono spuntate troppo presto, o troppo tardi. Almeno per me.

Il tempo delle ciliegie può essere tante cose. È una poesia del 1866, Le temps des cerises, di J. B. Clément, una chançon française amata dalla contestazione giovanile, e un libro catalano del 1977, El temps de les cireres, di Montserrat Roig.

Io l’ho scoperto così, grazie a “Montse” Roig. Il libro è ben scritto, ma dopo un po’ stanca. La canzone no. Oddio, le versioni alla Yves Montand pure mi scocciano un po’, così mi sono innamorata di quella oscena dei Noir Désir, che la sporcano e profanano finché non ne rimane solo l’idea.

Perché il tempo delle ciliegie è soprattutto un’idea. Quella della stagione che con le ciliegie porta con sé le pene d’amore, ma tu l’aspetti lo stesso.

Ai tempi di J. B. Clément era la stagione della Comune, che seguì di poco la poesia e si portò dietro una repressione grande quanto la mole del Sacré Coeur, a Parigi.

Ai tempi della Roig e di Natàlia, la protagonista del suo libro, le ciliegie le sognavano gli studenti che nei primi anni ’70 avevano il coraggio di manifestare sulla Rambla prima di finire nelle mani della polizia, che li torturava fin dal cognome catalano storpiato ad arte. Erano anche gli occhi indimenticabili di Emilio, padre di un bambino mai nato, salvato dalla galera e dalla felicità dai soldi di famiglia.

E poi ci sono io, lettrice e ascoltatrice che le ciliegie le ha viste sull’albero senza assaggiarle. Che gli occhi indimenticabili li ha ammirati troppo da lontano per accorgersi che guardavano un’altra. E che quando si è ritrovata tra cassonetti bruciati e spari assordanti non faceva né la comunarda né l’antifranchista, tornava solo a casa dallo sciopero generale.

Il mio sacrificio all’altare dell’idea è stato un istante di paura, a un metro da un proiettile ad aria compressa, e un giorno di stipendio, un giorno prima che mi venisse tolto lo stipendio intero.

La mia generazione ha l’imbarazzante compito di trovare qualcosa da sacrificare, perché ne abbiamo poche, senza il diritto di lamentarci, che “abbiamo sempre troppo”.

Io non mi lamento. Le ciliegie là stanno. L’amore ritorna. Il lavoro pure.

Non mi resta che lasciarvi alle parole, indegnamente tradotte, di Montse Roig, che a 20 anni dalla sua morte arrivano ancora forti e chiare:

Sai, continuò Natàlia, quando mi spieghi la storia del nostro passato recente, di tutto ciò che è successo per colpa di quelli che hanno vinto la guerra, faccio fatica a seguirti.
Però capisco che vuoi dire quando vedo tutto questo, e Natàlia si guardava intorno, quando vedo che la gente è disgraziata. Credi che tutto questo finirà un giorno?, ripeté. Emilio non rispose. Le fischiettò una canzone all’orecchio. Che fischi?, chiese lei. Una canzone. È di un poeta della Comune francese. J. B. Clément, così si chiamava.
Questo poeta voleva che arrivasse il tempo delle ciliegie:

Quando sarete al tempo delle ciliegie
Se non amate le pene d’amore
Evitate le belle
Io che non ho paura delle pene crudeli
Non vivrò neanche un giorno senza soffrire
Quando sarete nel tempo delle ciliegie
Avrete anche delle pene d’amore.

Il poeta scrisse la canzone ai tempi della Comune, quando il popolo lottava contro un regime feroce, oppressivo. Sapeva che dopo il combattimento ci sarebbe stata una terribile repressione – uccisero settantamila operai e quelli che rimasero in vita furono costretti a costruire il Sacré Coeur di Parigi – e cantava il tempo delle ciliegie, la primavera della felicità.
Il poeta non ignorava, continuò Emilio, che al tempo delle ciliegie ci sarebbero state anche pene d’amore, ma lo desiderava. Anch’io voglio che arrivi, il nostro tempo delle ciliegie. Ed Emilio guardò Natàlia in un modo che lei non avrebbe mai dimenticato.

Noir Désir – Le temps des cerises

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