Egocentrismo? Megalomania? No, vi parlo di casa mia perché voglio che sappiate dove vivo, così se passate per Barcellona mi portate la mozzarella.

Mi raccomando, aversana: quelle di Battipaglia sono ottime, per carità, ma mi piacciono piene di latte alla diossina, dopo tutto quanti anni volete campare. Preferibilmente del caseificio Javarone, quello di v. Stanzione nel natio borgo selvaggio. Se no, desistete.
E se Leopardi si sta rivoltando nella tomba per l’accostamento con me, chissà come ha preso il suo natio borgo selvaggio il paragone col mio.

Il mio appartamento, per la cronaca, è quanto il balcone di casa mia al borgo di cui sopra.

Però la strada è sfiziosa: c’è in alto un cuore gigante, giusto al centro, che quando è aperto il teatrino, l’Almazen, s’illumina d’immenso e illumina pure un po’ la strada, che ce n’è bisogno. Quindi abito nella “strada del cuore”, una traversa di Joaquim Costa scendendo verso il Carme. Quando vedete il forno marocchino, sappiate che il mio palazzo è quello lì accanto con la porta rotta (sospettiamo del vicino spacciatore). E che per portarmi la mozzarella dovrete farvi cinque piani a piedi (in realtà, 5 + ammezzato, pomposamente chiamato in catalano principal).

Consolatevi: in alto troverete una Bialetti da riempire con, a scelta, Kimbo e Passalacqua. Tutti per voi, perché io non bevo caffè. Un amico irlandese, sul terrazzo, perché se è bel tempo ci mettiamo lì, voleva insegnarmi come farlo, e quando mi vide ammonticchiare una buona dose di miscela nella caratteristica montagnella, strillò pure “che stai facendo?”. Per vendetta gli feci una cremina così ristretta che credo soffra ancora d’insonnia.

Ma il mio balcone è bello, nel suo squallore: è quadrato e abbastanza grande, con tre piantine moribonde. Oddio, il basilico è spacciato, è destino che non me lo goda mai come si deve, qui a Barcellona. Sulla menta nutro ancora delle speranze, mentre il rosmarino sta una bellezza, nonostante la wok fangosa che gli fa da vasetto: a quale altro uso destinare una fetentissima wok Ikea?

A cucinare infatti m’ingegno con due padelle e due pentole, una cinese antiaderente, che va letteralmente perdendo smalto, e un’altra di metallo, regalo di un’ex collega che non sapeva che farsene. Il fatto è che sono sempre nere, perché la cucina usata che ho preso al magazzino sotto casa (ve lo raccomando, raccoglie i mobili buttati via e li rivende come nuovi) andava a gas naturale. Adesso invece ha la caratteristica bombola arancione di butano, portata su da un pako che ci guadagna giusto 3 euro, mentre il resto dei 18 va non so a chi. Risultato: fa certe fiammate che mi anneriscono le pentole, e siccome sono sozzosa mi scoccio di stare sempre a tirarle a lucido.

Però non faccio male a nessuno: vivo sola. È stato il mio regalo dei 30, l’anno scorso: dire addio a tutti i possibili coinquilini che ti possa appioppare Barcellona, dall’ex soldatessa israeliana che tiene il fornello acceso tutto lo shabat, alla coppia latina che litiga ogni giorno, passando per il punkabbestia sivigliano. Che quando non ha le allucinazioni in bagno dorme nudo con la porta aperta. Sarebbe anche un bello spettacolo, se la stanza non puzzasse di cimitero.

Siccome i più pazzi erano anche fanatici della pulizia, in loro onore pulisco una volta ogni cent’anni, e giusto perché ho ospiti.

E che ospiti. Splendide fanciulle slave che vanno a fragole e Nutella, sardi che improvvisano tarante freestyle, pakistani attratti dalle mie indiscutibili qualità: occhi grigi, capelli tinti, cittadinanza europea… E una volta ogni morte di papa, viene perfino qualcuno che mi piace.

Con questi succede una cosa strana: vengono, si prendono il caffè o la birra e dopo un’ora se ne vanno. Magari preannunciando “resto solo un’ora”. Ora, non ho mai preteso di piacere a tutto il mondo; anzi, antichi complessi adolescenziali ogni tanto mi fanno ancora propendere per il contrario. Il fenomeno strano è che mentre altri magari ci provano, proprio questi restano un po’ sul balcone, indovinano che chiesa è quella in fondo a sinistra (Santa Maria del Pi, votata all’unanimità) e poi se ne vanno felici e contenti. Sarà che solo con loro continuo a meritarmi il simpatico soprannome di iceberg?

E meno male! Questa bianca cameretta sui tetti del Raval ha pericolosamente solleticato la mia misantropia, tanto che la chiamo “mi cueva”, mi sono decisa da poco ad aprirla agli amici e come una bimba avida trovo impensabile condividerla con qualcuno. La buonanima di mia zia, morta quasi centenaria dopo una vita “consacrata al Signore”, mi vaticinava che non mi sarei mai sposata, buttando al vento il mirabile corredo che mi aveva apprestato.

“Tua zia è vergine? Che brava persona, la invidio, voglio conoscerla!” chiedeva il mio ultimo ex, per farvi capire la mia capacità di selezione. Da bravo timorato di Allah, quando la nostra storia finì si limitò a una proposta di matrimonio per amore (sì, del permesso di soggiorno, “ti do 3.000, 4.000 euro”) per poi puntare sulla casa. Ha dunque cominciato ad augurarmi, Inshallah, un buon lavoro lontano da qui. Lui si sarebbe goduto il balcone, e la privacy: tanto, date le dimensioni, pensava di metterci giusto altre quattro persone (l’ideale per il bagno di Barbie).

Giammai, ho risposto. Quando ho visto questa soffitta, in omaggio alla mia vecchia anima boema che si va inchiattillendo, ho pensato appunto a La Bohème, a quando Mimì (ma il suo nome è Lucia) smette di fare la civetta e dichiara: “Ma quando vien lo sgelo/il primo sole è mio/il primo bacio dell’aprile è mio”.

Confermo. È stato mio, anche quest’anno, il primo bacio di un aprile alquanto piovoso. Sospetto che lo sarà anche il primo cazzotto d’agosto, ma per allora Allah pensa.

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