– Adesso Maria si mette in testa al corteo e dice: che noia, questa manifestazione, nessuno mi spara!

In effetti alla manifestazione del 12-M a Barcellona mi sono annoiata assai.

E meno male.

Già è stato un miracolo arrivare in tempo, reduce dal colloquio di lavoro più strano della mia vita (a casa mia davanti a un caffè a meditare di convertirmi in una venditrice via Internet).
Ma Altraitalia conosce i suoi polli e i suoi membri stavano ancora fuori alla Fnac di Plaça Catalunya, benché privi di metà ciurma e dello striscione con un non meglio identificato tiburón (lo squalo del capitalismo, o qualcosa del genere).

Enrico, che riesce ad arrivare più tardi di me, si lamenta della musica, classica miscela fricchettona di canzoni fatte per saltare. Noialtri, mentre percorriamo il tragitto più strano di sempre, siamo perplessi dall’affluenza: la folla c’è ed è colorata, con cartelloni fantasiosi e sbalzi anagrafici che vanno dai liceali ai mitici iaioflauta (da iaio, nonnetto in catalano, e perroflauta, fricchettone). Ma mentre percorriamo Ronda Universitat e ci perdiamo continuamente tra Plaça Universitat e Diagonal, l’impressione è che siamo meno del previsto. E scandiamo male perfino lo slogan classico “No hay pan pa tanto chorizo” (chorizo in spagnolo significa anche sfruttatore, imbroglione).

Eppure il mio primo vero ricordo del 15-M è Miguelín che posa lo zaino in mezzo a una Plaça Catalunya in piena cacerolada, ne estrae cucchiai e ce li distribuisce, porgendoci pure un coperchio. Tornavamo da una soporifera conferenza su qualche pagina di storia catalana “ingiustamente sottovalutata”, lontana anni luce da quanto stava accadendo in quel momento: gente di tutte le età che sedeva in una pi(a)zza normalmente infestata da piccioni e turisti, e prendeva la parola. Magari per dire minchiate, ma lo faceva.
Una delle meno balzane era che le ideologie si trovassero impreparate di fronte a problemi sempre più complessi.
Qualunquismo, sentenziò il pubblico “da casa”, con una parola intraducibile. Non c’è un programma e senza partiti non si va da nessuna parte. Soprattutto, pensavo, non si va al baretto in piazza a sputare noccioli di olive e soluzioni politiche davanti a un Apertas, che per tanti gggiovani italiani di sinistra, imho, sarebbe l’evoluzione delle gare a chi ce l’ha più lungo .

Qua a Barcellona l’aperitivo è un disastro, ma queste gare non si fanno a botta di pessimismo e slogan d’annata. E guarda caso, la partecipazione femminile è molto più ampia.

Purtroppo tempo due mesi e, almeno nella mia assemblea de barri, rimase gente di un solo colore e di un solo credo, cospirazionisti estremi e rastoni capaci di litigare mezz’ora col poliziotto che a mani giunte ti spiegava che per vedere un film in piena Rambla Raval avevi bisogno dell’autorizzazione (per poi rivelarti che V for Vendetta gli sembrava molto interessante).

Ma i miti sempre uguali di vari compaesani (Gian Maria Volonté o Bombolo, senza soluzione di continuità) non mi erano mai sembrati così lontani dalle famiglie intere, dalla nonna alla nipotina, che invece di Bandiera rossa “cantavano” di affitti e tagli alla sanità.

Ecco, un anno dopo le nonne sembrano sparite, iaioflauta a parte.

– Ti ricordi, Maria? – si gira Paolo all’angolo tra Universitat e Balmes – qua è dove ci hanno sparati – .
Stavolta invece la polizia la intravedo da lontano. Noi siamo impeccabili, fin troppo compiti, e loro discreti, lontani.

– Magari stanno dietro di te – spiega Nicola, che è il più scherzoso e loquace, sponsorizzando a più riprese la presentazione del suo libro sull’occhio perso per colpa di Robben, e di un proiettile ad aria compressa. Invita pure Marianna, mai intravista in Piazza nonostante gli accordi, e spuntata all’improvviso un chilometro più tardi.

A quell’ora sono talmente annoiata che parliamo del più e del meno, del suo nuovo lavoro all’Avis e della proposta che hanno appena fatto a me. Ci svegliano un po’ i fischi fuori alla Borsa de Barcelona, sul Passeig de Gràcia. E i saluti collettivi al mio caro vecchio amico di sempre, l’elicottero della Polizia a quota “ti scompiglio i capelli”.

Arriviamo a Plaça Catalunya che per l’affluenza (“Ah, ma allora sì che eravamo tanti”) ormai non possiamo più ascoltare l’assemblea, e ripassare i vari gesti per partecipare al dibattito. Gli stessi che l’anno scorso facevamo a quelli rimasti al di là del cordone di polizia, nello sgombero del 27 maggio.

Stavolta invece vado ad ascoltare Stefano Benni.
È bello il Palau de la Virreina che risuona del suo Blues per sedici, o “per setze”, nella nuova versione catalana, anche se a noi legge in italiano, nel parapiglia generale delle prime file invase dalla pioggia.
E poi, a La Cucchiarella in Rambla Raval, la fella di gattò mi commuove e mi consola delle discussioni lombrosiane su quali pizzerie a Barcellona siano della camorra e quali no. Sospetto che la giacca buona di Toni Servillo in Gomorra depisti ancora tanto, mentre al momento di pagare scopro un piattino di minisfogliate.

– Una frolla – ordino, come sempre.
– Mi spiace, vendiamo solo la razione. Ma aspetta, ce n’è una spaiata.

Finisce che me la regalano. E la mia giornata 12-M si conclude al profumo di vaniglia. E a scrocco, naturalmente, se no che qualunquista sarei.