Lo ammetto, qualche volta ho degli sbalzi d’umore. Niente di serio, eh. Mi metto solo a piangere. E a volte butto oggetti per aria. E faccio un riassunto delle cose che non hanno funzionato nella mia vita a partire da quel ciucciotto perso nel lontano 1982 (scherzo, che sulla mia memoria circolano leggende metropolitane…).

Insomma, allegria a profusione, e Mariottide che medita di uccidermi per concorrenza sleale.
Per la sua gioia in questi casi, da 20 anni a questa parte, mi pongo la seguente domanda: “Il balcone sta là (ce n’è sempre uno a pochi metri e a discreta altezza), che fai, ti butti?”.

Checché vi suggerisca il disordine dei miei denti, la risposta è no. Anche se la prospettiva di centrare il vicino spacciatore che sta seeempre sotto casa è allettante.

Ma ignoro la postilla e concludo: “Allora se resti devi farlo bene”.

E scatta il contrattacco: per la gioia dei giornalisti catalani che mi credono una pericolosa anarchica, mi metto ad alzare barricate. Tascabili, s’intende, di solito in edizione economica. E con nomi strani: La peste, L’età dell’innocenza, White Noise… La montagna incantata no, quello mi serviva per dormire finché non ho scoperto che Mann dopo 500 pagine di sbadigli fa succedere qualsiasi cosa, magari in francese e in altre 100 pagine, ma intanto…

Insomma, Gandhi diceva che se non sei parte della soluzione, sei parte del problema. E finalmente ho trasformato i miei libri in soluzione.
Prima erano il problema: erano troppo belli per quello che mi aspettava dopo che li chiudessi.

Che ne so, a 11 anni leggo Ettore dire: “Dolce consorte, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier”. Qualche anno dopo un Ettore postmoderno dice di me: “’E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso…”. No, qualcosa non quadra.

E meno male, se no starei ancora tra quegli stilnovisti. E se i libri sono stati un rifugio un po’ autistico da quello che mi aspettava fuori casa, adesso mi aiutano a vivere, come i sogni di Marzullo.

Ultimamente mi sto fissando coi classici rivisitati, mi piace l’idea di una storia più o meno antica e delle mille interpretazioni che ne possano uscire. È cominciato tutto guardando l’ultimo Cime Tempestose, con l’Heathcliff nero. Allora mi sono ricomprata il libro, che avevo letto a 14 anni facendomi strane idee sulle storie impossibili trascinate fino allo sfinimento. Intanto cercavo tutte le versioni su piccolo e grande schermo.
Conclusione: la stessa storia, che su carta stampata mi sembra pallosetta e mal raccontata, può essere letta in tremila modi diversi. Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma può rivelarsi utile: stavolta mi sono resa conto che Cathy aveva un bel girovagare nella brughiera, Heatchcliff poteva fare ad libitum il gitano bellicapelli con tendenze sadomaso, ma i loro figli/nipoti sono gli unici a capire che l’amore è anche lavoro e speranza, e la loro è l’unica storia che chiuso il libro possa essere credibile (le mie non fanno testo).

Nei film queste sfumature si vedono ancora meglio. Specie con Jane Austen, ho l’impressione che quando registi e sceneggiatori mettono le attrici in cuffietta e crinolina, riscrivano il libro come avremmo fatto noi: la classica “spalla” della protagonista ha una personalità, la sorella passionale di Emma Thompson si sposa per amore e non per noia, e Lizzie con la coda dell’occhio guarda il culo a Darcy. Tutto troppo semplice e prosaico? Niente paura, la stessa storia sarà raccontata ancora, su carta, sullo schermo, sull’iPad, finché non cambieremo noi, e allora cambieremo anche lei. E con lei la nostra vita.

Quindi adesso vi dico una cosa che se la scrive Coelho fa un sacco di soldi: quando avete uno sbalzo di umore rileggete la vostra vita, illuminatene un po’ le ombre e mandate a spasso i personaggi superflui. Poi chiudete il libro e andate a scrivere il seguito. Possibilmente, passando per la porta.

Annunci