Avrei dovuto accorgermene prima. Eppure era nell’aria: le parole sono importanti.

“Fuga di cervelli”, “scappare dall’Italia”, “fuitevenne ‘a Napule” (senza rancore, don Edua’).

Ma che fossi “scappata dall’Italia” me ne sono accorta da poco e grazie a facebook. Informavo degli ex dottorandi sulle attività accademiche di alcuni amici miei: dottorato in Spagna, postdoc in Olanda… Qualcuno rispose che “i titoli all’estero non sono un valore aggiunto”. Quella che per me era una precisazione inutile, non lo era per altri. E un anno prima delle lauree in Albania!

Poi sono arrivate le frasi più esplicite e meglio articolate: “scappare è la cosa più facile, bisogna restare e cambiare le cose”.

Scappare. Io qualche volta ci ho scherzato su, più o meno amaramente. Quando mi lamentavo per qualche rito domestico partenopeo comprendente interminabili cene e 20.000 parenti da chiamare, mia madre m’imitava: “Nooo, Barcellona for ever!”.

E invece non è uno scherzo. Noi italiani all’estero saremmo scappati, invece di restare a cambiare un’Italia che ha bisogno di noi. Chi resta tra mille difficoltà, invece, fa il suo dovere nei confronti del paese.

Davvero non capisco, signori della Corte. I cervelli in fuga non vi fanno più concorrenza sul lavoro ma votano, e perlopiù a sinistra (che per me significa ancora votare “per il bene del paese”, o almeno provarci). Quando andate all’estero ormai gli hotel li vedete solo in cartolina (ho degli amici a Barcellona con la stanza degli ospiti prenotata fino al 2013…), e se siamo dei signori sul divano letto dormiamo noi. Insomma, di che vi lamentate? La botte piena e la moglie ubriaca, proprio!

Scherzi a parte, la prima domanda che mi venne quando scoprii di essermene scappata fu: da cosa?

E mi risposi sorridendo: dal Polo Nord.

Una volta mio fratello era a letto con la febbre, in casa non c’era nessun altro e, di ritorno da un esame, mi ritrovai in macchina alla ricerca della farmacia di turno. Il nome e la via mi erano del tutto ignoti, e allora chiesi informazioni.

“Ah, signuri’, sta vicino ‘o Polo Nord!”.

Ma detto con tanta convinzione che annuii e ringraziai: “Ah, già!”. Parcheggiai in via Montegrappa, una traversa del Corso, e chiesi di nuovo alla madre di un amico. Pure lei, sicura: “Vicino al Polo Nord!”.

Decisi di giocare d’astuzia: “E dove si trova, più o meno? Sono un po’ smemorata!”. Già m’immaginavo su una slitta trainata da renne quando la signora, sbalordita, rispose: “Ma verso Piazza Riscatto!”.

Ok, Piazza Riscatto la sapevo perfino io. Percorsi a piedi una distanza considerevole e finalmente lessi: Pasticceria Polo Nord. Un simbolo del paese, mi venne spiegato poi. Come facevo a non conoscerla?

Insomma, questo è il mio rapporto col paese che ho crudelmente lasciato al suo destino, insieme ai volti che mi scrutano a ogni ritorno e che, a giudicare dall’età, dovrebbero essermi familiari, come mi confermano i miei sciorinandomi l’intero albero genealogico della persona incontrata.

E allora da cosa sono scappata? Da Napoli, che ho scoperto e amato solo a 18 anni? Dall’Italia, che finché non la lasci non è quasi mai Italia, ma Roma, Bologna, Napoli-Juve, Campioni del Mondo, l’inno mai imparato e poi fischiato, e poi Nord, Centro e Sud?

L’Erasmus mi ha insegnato invece che sono europea. Ho fatto tutto al contrario: un Erasmus a Manchester a 22 anni e uno a Barcellona a 27. Ho imparato le lingue con accenti “strani”, in città che per un motivo o per un altro non si consideravano parte del loro paese, come Napoli.

Insomma, da cosa diavolo sono scappata?

Se cerco trovo cose da cui sarei scappata comunque, in ogni paese: la mia stanza tanto comoda da essere un rifugio, un cognome che avrei voluto per i miei figli, o la provincia, che nella letteratura di ogni paese, da Balzac a Vonnegut, può andarti stretta senza che ti accusino di una fuga ignominiosa.

Anzi. Penso ai miei compagni di fuga che lavano i panni, puliscono casa, si fanno da mangiare da soli. Magari chiamando per le emergenze la stessa mamma che a volte accudisce i loro fratelli come se avessero ancora 10 anni, tanto che le ragazze per programmare una lavatrice devono sposarsi o andare la prima volta in vacanza con gli amici, e i ragazzi, come disse una volta un amico, “possono ancora sperare di morire senza mai stirarsi una camicia”.

Ma i vigliacchi sono quelli che partono. Quelli che in patria provavano la rassicurante convinzione di essere gli ultimi soldatini ad aspettare i tartari, gli unici spettatori dei concerti indie “che la gente non capisce”, e che in poche ore d’aereo si ritrovano in un mondo in cui non sono né i più intelligenti né i più coraggiosi, in cui i tartari ci sono pure ma sono diversi, in cui gli autori sempre letti in traduzione non cancelleranno il patetico accento che i nuovi amici imiteranno mettendo le mani a cuppetiello anche per dire “buongiorno”.

I vantaggi sono quelli che sono: ricordo quando uscivo solo perché un conoscente aveva un ospite straniero, magari asiatico, ed ero stanca ma non volevo perdermi questa novità. Adesso il mondo intero mi attraversa la strada in ogni momento, non devo andare a caccia di concerti belli, m’inseguono insieme ai volantini, e per due cinema che trasmettono solo stronzate ce ne sono tre che danno quello che voglio, e in lingua originale…

E adesso che il lavoro non c’è neanche qui a Barcellona, resta la differenziata, le strade pulite ogni sera, e la possibilità, un po’ troppo fricchettona anche per me, di trovarti una sera in un ristorante senegalese con un’avvocatessa mezza palestinese e mezza ungherese, il fidanzato catalanissimo, una coppia gay palestinese e un’attivista colombiana perseguitata dalle FARC, a cui i palestinesi della tavolata finiscono per regalare una kefiah, spiegandole come s’indossa (l’avete sempre fatto male, fricchettoni miei).

Quindi aveva ragione il mio interlocutore, sui titoli esteri: non è un valore aggiunto. Non è né una fuga, né un’impresa eccezionale. È inseguire come meglio puoi un lavoro, un’opportunità, la tua stessa felicità, che è molto più importante dell’Italia, della Spagna e della Papuasia citeriore.

Soprattutto è una cosa che Internet, l’Erasmus, i voli economici, e tutte le caratteristiche di quest’epoca hanno reso normale. Anche per quegli italiani che nessuno si fila perché non sono né cervelloni né di sinistra, ma coi loro ristoranti prosperano e fanno splendidi bambini coi lineamenti un po’ indios (sono quasi tutti uomini e si mettono spesso con ragazze latine) a cui parlano tipo: “Cuantas veces te lo he dicho? Mi fai incazzare!”. Quei bambini un giorno prepareranno “spaghetti alla bolognese”, che lasceranno sconditi col sugo in cima. Ma poco importa.

In questo mondo liquido si fa liquida anche l’Italia, come ha sempre saputo essere ma ce ne accorgiamo solo ora. Si fa tascabile, incorporea, virtuale. Da portarsi nel bagaglio a mano come i tralci di vite dei primi emigranti italiani.

Da trasportare nel comodo spazio di una memoria RAM e di una fase REM particolarmente agitata, quando, in qualche notte da “fuggiasca” pentita, sogni cosa sarebbe accaduto se invece di andar via fossi rimasta a casa a cercare il Polo Nord.

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