Quando hai il raffreddore, il peggior inconveniente di vivere da sola è non aver nessuno a cui rompere le scatole. E se anche ce l’avessi, 35 mq sono troppo pochi per trascinarsi da una stanza all’altra con una faccia da funerale, estorcendo attenzione ed eventuali regalini. Quali, poi? I Grisbì a Barcellona non li ho mai visti, per non parlare dei Pan di Stelle.

Il fatto è che il destino ieri mi ha benedetta con un acquazzone.

Dovete sapere che gli italiani a Barcellona sono molto sentimentali. Troppo. E in occasione di concerti come quello di ieri sera, Yann Tiersen gratis ad Arc de Triomf per il Primavera Sound, la sfilza dei nuovi e vecchi amori non corrisposti vaga tra la folla in libertà, come zoccole uscite dalla saettella (mi si perdoni la metafora partenopea). Ho incontrato amici ambosessi distrutti dalla vista della loro zocc… ehm, del loro amore mancato, tra una folla improvvisamente trasformatasi in campo minato.

Ma non per me. Mentre spettegolavo distratta e il mio “zoccolo” già s’intravedeva inatteso e salutato da mezza comitiva, ZACCHETE!, ha cominciato a piovere che Dio la mandava.

Le mie interlocutrici non facevano in tempo ad avvistarlo che si era già dileguato verso non so che rifugio. Io sono rimasta lì, con l’ombrello che non riusciva a coprirmi l’orlo del vestitino appena inaugurato (ok, 5 euro al Mercatino de la Virgen), le ballerine traforate e un sorriso trionfale. E a chi suggeriva di seguire le orme del fuggiasco, evitando di stare impalati sotto gli scrosci da film di Tim Burton, rispondevo serafica: “Ma no, adesso smette!”.

Insomma, il cuore è in salvo e il naso ringrazia.

E adesso non mi resta che aspettare che passi. Penso alle generazioni di prozie vissute da sole, che alla mia nascita avevano 60 anni e quando andavano a Napoli in treno erano considerate donne audaci (quindi io sarei la Pasionaria). E quando avevano il raffreddore se la piangevano da sole.

Però loro avevano la Madonna.

Pure tu ce l’hai!, tuonerebbe la zia più ‘nzista se non fosse morta. Ma io ci ho provato, zia, a sgranare rosari, sono troppo meticolosa: avevo deciso di concentrarmi per ogni Ave Maria recitata. Se mi distraevo ricominciavo. Si faceva notte. Adesso hanno messo pure i misteri luminosi! Cinquanta Ave Maria in più. No, no, non fa per me.

Mi butto sul lavoro. Le mie traduzioni. Ma il naso che gocciola mi rende dispettosa e comincio a scimmiottare gli inglesi che leggeranno questo testo “artistico” che malamente traduco nella loro lingua, pronunciando alla Stanlio e Ollio Leonardow, Vasawri e Fgnhkornvjgkd (questo era latino). Arrivata a non so che discepolo di Leo che ereditò tutti i suoi manoscritti arrivo a pensare “seh seh, mo’ si dice discepolo, come l’amico del cuore di Lucio Dalla al funerale!”.
Basta, finisco il paragrafo e mi metto a leggere un libro per distrarmi.

La sorte qui ha fatto proprio il dovere suo: ho scoperto Cold Comfort Farm di Stella Gibbons! Dopo che ti ossessioni con un classico alla Cime Tempestose non c’è niente di meglio che leggerne la parodia. Ma fatta bene. Gli zombie della Austen se ne tornassero al cimitero, davanti a questo capolavoro incredibilmente sconosciuto. Mi mangio solo… li gomiti, per l’ignoranza che non mi fa individuare tutti i romanzi rurali scimmiottati nel testo: Cime Tempestose, Tess of the d’Urbervilles, forse qualcosa di Lawrence… Ahò, che importa, è esilarante e basta. E quando arrivo allo sgangherato matrimonio che conclude il libro rimpiango solo che sia finito troppo presto.
Anche perché adesso non ho più niente da fare.

Allora provo l’arma cazzimma: mi metto a scrutare le nuvole nere aspettando la pioggia. Se il mio glorioso lunedì sera è rovinato, lo deve essere per tutti. Cosa c’è da fare un lunedì sera a Barcellona? Niente! C’è solo la jam di jazz più interessante in centro, con un maestro di cerimonie catalano dotato di senso dell’umorismo, e il giorno dello spettatore al mio cinema preferito, il Renoir Floridablanca. Stasera c’era il film di Sorrentino, e se fossi stata in vena di vita sociale avrei visto perfino Biancaneve (un altro classico su cui ossessionarsi!). Ma il termometro scassato mi segna 36,2, quindi ho almeno un grado in più. E allora che piovessero pure le mad… ehm, no, zia, intendevo le mattonelle del tetto!
Ma i tonfi che sento lassù sono quelli delle gazze formato faraona che attendono invano da me qualcosa di luccicante da rubare.

Vabbuo’, va’, andiamo a cucinare. Approfitto del naso otturato per fare qualcosa di sano ma schifoso che normalmente non mangio mai. Come le lenticchie rosse comprate in un supermercato asiatico in barba al km 0 e destinate a trasformarsi in poltiglia a ogni timido tentativo di buttarci un po’ di pasta (mentre mamma su Skype mi mostra trionfale, ogni tanto, le lenticchie di Castelluccio).

Mentre l’aglio sfrigola appestandomi casa a mia insaputa, ascolto le voci nel palazzo. Sarebbe meglio se col raffreddore si perdesse l’udito, invece che gusto e olfatto. Gli operai al piano di sotto stanno ancora lavorando. Sono giorni che un nero filo impolverato sulle scale insidia i bottiglioni d’acqua e le buste della spesa che porto su palleggiando la borsa (fateci caso, quando una torna con la spesa la borsa le cade immancabilmente sulla coscia al terzo scalino, e la manica della giacchetta le scende sulla spalla).

E poi c’è sto bambino che frigna.

Caro, dolce frugoletto che piangi a tutte le ore del giorno e che grazie al cielo non ho mai beccato per le scale. Capisco che non hai granché da ridere, se tuo padre è quello col copricapo tradizionale che sale le scale senza salutare, perché vive in una città di perdizione e non deve vedere la mia aura (come se la facessi vedere a tutti!), e se è da casa tua che si sentono ogni sera quelle amabili litanie sulla stessa nota che Resta con noi al confronto è la nona di Beethoven.

Vorrei solo farti notare che se è così che affronterai gli anni a venire, la scuola in catalano e i primi brufoli, e il matrimonio combinato dai tuoi o il corteggiamento sistematico di tutte le vrenzole del quartiere, andiamo proprio male. E un giorno potresti ritrovarti a pensare come un comico “di mia cultura” che era meglio morire da piccolo.

Scusate, è il mal di gola.

In compenso, quando vado a girare le lenticchie, più melmose che mai, scopro che mi è tornato il senso del gusto.

(e per le buonanime della zia e di Leonardow…)