Non è che non lavori. Colgo l’occasione di una traduzione, che m’impegna 3-4 ore al giorno, per fare il punto della situazione.

Le ex colleghe ora svolgono lavori simili a quello che facevamo insieme, precari ma non proprio miseri e trovati nell’arco di un mesetto.

Annunci per Groupon, descrizioni di appartamenti per agenzie turistiche, call center.
Una, italiana, fa 3-4 lavori alla volta, tra bar e imprese di pulizie, per mantenersi durante il master.
Un’altra, catalana, sta perfino in una clinica per la fecondazione assistita, mi ha chiesto aiuto per la prova scritta, che con tutte le coppie italiane costrette a venire qua la lingua di Dante era un requisito fondamentale.
Una francese ha perfino cambiato lavoro, il primo non le piaceva, il collega italiano parlava da solo tutto il giorno e a un certo punto avevano licenziato il capo del personale. Ma non credo che l’offerta di cervelli italiani consenta tanto snobismo.

Comunque, sarà che modestamente ho delle amiche brillanti, ma pare che se parli le lingue, scrivi bene e hai un po’ di culo qualcosa si muove.

Non io, però. A fine mese comincio il corso intensivo per il certificato di catalano di livello superiore. Il fantomatico D. Per lavorare nella pubblica amministrazione catalana ci vuole il C, che già possiedo (e la raccomandazione di Sant Jordi, ma questa è un’altra storia).

Non so bene perché prendo il D. Un po’ perché quando parlo una lingua vorrei farlo bene. E poi m’illudo di opporre un pezzo di carta a eventuali considerazioni nazionaliste: “sì, ma non sei catalana”, “sì, ma ho il D”. In ogni caso, terminando a settembre con pausa ad agosto, il corso è una grande scusa per continuare a riflettere.

Su cosa? Be’, sul fatto che, quando parlano del nuovo lavoro, le mie chicas dicano in coro che “non è niente di che, una cosa per tirare avanti”. D’altronde, “con la crisi non c’è altro da fare”. Ma poi tutte sembrano risollevate dall’aver perduto il lavoro due mesi fa, non lo amavano per niente, ma “con la crisi che fai, ti licenzi?”.

E allora approfitto del piccolo sussidio, del lavoretto part-time e del corso per starmene tre mesi a cercare di quadrare il cerchio con un lavoro che mi piaccia “nonostante la crisi”. Tanto la ricerca pare arenata del tutto, e non mi manca. Quando ho iniziato il dottorato avevo 26 anni, vivevo a Napoli e m’interessava tutto e niente. Quando l’ho finito, l’anno scorso, ne avevo 30 appena compiuti ed era cambiato tutto.

Forse il vantaggio d’iniziarlo tardi, il dottorato, è avere già le idee chiare.

Io ho sempre saputo di voler scrivere, e pure che “lettere non danno pane”. Ma non avevo ancora deciso, come adesso, che non vale la pena di fare lavori a mille euro al mese senza nemmeno provarci, a scrivere, per paura di non farlo bene.

Intanto, però, veranito. Estate.

Ma le mirabolanti avventure dell’estate barcellonese le racconto in un altro articolo, che quelle di cui sopra devono rimanere elucubraz… Pippe. Pippe mentali. Ho deciso di scrivere come se doppiassi un film di Tarantino.
Così qualche libro lo vendo.

(Lezione di catalano):

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