Me la sono giocata e mi è andata bene, penso leggendo “Melchior de Palau” sulla targa all’angolo di strada.

All’ultimo momento avevo deciso di scendere a Plaça de la República, a una fermata da quella Sants-Estació costatami un quarto d’ora di strada e diverse bestemmie, sia quando avevo iscritto un’amica assente al fantomatico C di catalano, invidiandole il livello raggiunto mentre io scrivevo la tesi, sia ora che mi ero iscritta io al D, il corso successivo. Quello che non è necessario per trovare lavoro, basta il C, e sopra c’è solo il K, per filologi.

Nessuno lì in giro conosceva la strada, né i Serveis Lingüístics dell’Università di Barcellona, e mi cominciavo a preoccupare, che erano le 9.20 e mancavano 10 minuti all’inizio della lezione. Chiedevo pure in spagnolo, l’ideale per due ore e mezzo da passare col catalano, e m’innervosivo ancora di più.

Ma adesso… Una volta a destinazione ordino al volo un cornetto al cioccolato al bar di fronte. 7 minuti. Ho fatto tardi perché ho dormito male, ho fatto sogni troppo belli.

Terzo piano, questo lo so. Aula 3F3.
Ascensore. Piano deserto. Corridoi con aule a tre cifre, senza lettere. Adesso bestemmio in napoletano. L’ideale per due ore e mezza di catalano.

Finché non viene un tizio stanco e perduto quanto me (e carino!) che mi chiede in catalano perfetto se cerco l’aula del D. Annuisco col cornetto in bocca, sperando di non aver macchie di cioccolato. Lui ha trovato le aule con le lettere. Sbagliamo una volta sola prima di arrivare alla classe già piena, con la prof. che spiega le solite cose.
80 ore, finisce a settembre, esame scritto il 29 (un numero a caso), orale la settimana dopo. Due composizioni a settimana, lavoro in classe, esercizi scritti e orali.

Mi guardo intorno.

Sono l’unica straniera.

Non ci vuole Lombroso per capirlo, basta una rapida occhiata ai vestiti fantasia delle donne, di varie età, e alle basette squadrate dei ragazzi, generalmente più giovani.

Non mi far parlare, non mi far parlare…

Vabbuo’, ma è il D. Possibile che ci faccia presentare come all’asilo?

– E adesso vi presenterete uno a uno, e mi racconterete la vostra traiettoria linguistica col catalano.

Ecco.

Meno male, comincia in ordine alfabetico! Starò al centro.

Solo che non legge i cognomi, non so quanto tempo ho.

La mia storia col catalano.

Che le dico?

Il tempo è poco, meglio separarla da quella coi catalani, anche se è quasi impossibile: quando vieni qua, se davvero ci tieni, devi prenderti tutto il pacchetto, lingua e paese.

Potrei cominciare con la rabbia dei primi giorni, io che faccio fatica a parlare spagnolo e i cassieri catalani che mi dicono cose incomprensibili.

O i prof. di Tarragona, durante il fantomatico Erasmus, che mi spiegano “aquest curs és en català”, e io mi sento precipitare nell’Appartamento Spagnolo, spiego che capisco il 70% della lezione e poi nei dibattiti non apro bocca perché mi fa strano essere l’unica a parlare un’altra lingua.

Al mio sfogo con l’amico di Toledo, il primo a rivelarmi, ai tempi di Manchester, che “los catalanes son pesados”.

La sopresa del toledano, in visita a Barcellona, quando scopre che ho afferrato il toro per le corna (metafora poco catalanista) e mi sono appena iscritta al B1, per ultraprincipianti offerto dal Governo catalano, costo 10 euro (per il libro).

La mia cotta per l’insegnante dall’accento fortissimo (avrei scoperto poi che era un maiorchino trapiantato), e la sera in cui “guarda caso” ci ritrovammo nello stesso vagone della metro, lui salutò un bel ragazzo coi capelli lunghi e mentre pensavo “ua’, pure isuoi amici sono interessanti!” li vidi darsi un dolcissimo bacio sulla bocca.

No, questa parte la salto.

Invece, le devo dire assolutamente che il catalano me l’hanno insegnato i soldati.

100 anni fa.

Sgrammaticati e morti di freddo, che scrivevano dalle trincee per chiedere soldi, sigarette e giornali, e sentirsi dire che se combattevano nella Legione Straniera francese era perché la Catalogna, un giorno, potesse essere indipendente, e perché un esercito ce l’avesse anche lei.

Quel barbiere così simpatico che chiedeva sempre tabacco, quello che mandò la foto e poi s’incazzò col destinatario e chiese di restituirla, o il povero Muñoz, morto “nei campi d’onore”. E Camil, ovviamente.

Camil Campanyà. Che scrive una lettera bellissima, che quasi non capisco perché mancano poche ore all’alba e all’attacco, e i suoi ultimi pensieri sono per l’amata Catalogna che non sa se vedrà ancora, e per la gente che dovrà continuare la sua battaglia quando, poche ore dopo, verrà colpito dalle raffiche dei boches (crucchi) di Belloy-en-Sainterre. 23 anni.

Pare che la bandiera che lo avvolgeva è stata nascosta chissà quanti anni, anche mentre Franco cercava di cancellare il catalano dalla faccia della terra.

Ma quando scoprii questa storia la tesi l’avevo già consegnata, insieme alla lettera di “Anchaleta Muñoz”.
Povera Angeleta, se scrivo come lei sai che botte prendo dalla prof., che adesso è arrivata alla lettera F (me ne accorgo per un caso di omonimia). Dovetti leggerla a bassa voce, nel silenzio dell’archivio, per capire che cavolo scrivesse da Parigi al Presidente del Comitè che voleva onorare la memoria di suo marito. Che piangesse e fosse stanca dopo ore e ore a lavorare “anche le domeniche” non aiutava. Ma i suoi figli sarebbero stati presi a carico dalla riconoscente nazione senza paese. La figlioletta sarà mandata a una scuola francese, addirittura, per diventare “une femme sérieuse”.

Povera piccola Muñoz, penso, mentre ormai siamo a Hernández (sì, qualche madrelingua spagnolo c’è, non sono del tutto sola), speriamo che non sia diventata troppo seria.

Il C invece rapido e indolore, quattro mesi di semintensivo al Consorci, di corsa dopo il lavoro, e lunghe domeniche a studiare i pronoms febles.

Quando scoprii che l’avevo passato, l’esame, il 13 febbraio, festeggiai guardando la partita del Napoli nella pizzeria lì vicino. Perfetto esempio d’integrazione. Speravo di avere compagnia, ma la margherita l’avevo mangiata da sola. Ma il giorno dopo, al lavoro, Ferrero Rocher per tutti, baci abbracci e auguri, Maria, lo sapevo, grazie, Xisca, grazie, Isabel, se non fosse stato per voi… Andy era arrivato tardi e gli avevo detto che il regalo era per San Valentino. Tutti a ridere.

Ci fu solo l’episodio dell’impiegato del Consorci che m’invitò a uscire e, vedendo che non messaggiavo ancora, si fregò il mio numero dal faldone.

Sono passata dal Consorci alla UB anche per questo, un po’, penso adesso, mentre aspetto di sentire il mio nome da un momento all’altro. Certo, il motivo principale è che ora ho tempo e voglia di studiare. E ho l’impressione che si possa farlo bene, qui, tra questi ragazzi che sembrano in gamba, tutti lì riuniti in nome del dio Lavoro e della madre, matrigna e meravellosa (con “s” sonora) Catalunya.

– Maria… Marcese, si dice così?

Sono commossa. È la prima prof. di catalano che me lo chiede, se lo pronuncia bene.

– Marchese – preciso sorridendo.

Poi aspetto un secondo, e comincio a parlare.

PS: Tre ore più tardi scopro che in realtà dalla fermata Sants bastava girarsi, invece di andare verso la stazione, e dopo la piazza ero già arrivata.

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