Mi ha messaggiato. A mezz’ora dalla partita.

Petra, la donna che caduto il muro di Berlino andò subito “dall’altra parte” a comprarsi una Barbie.

Mentre aspetto all’ultimo semaforo tra me e la Casa Batlló, luogo d’incontro per andare a vedere la partita, leggo il suo messaggio.
“Maria, in bocca al lupo stassera!”

Ricambio in italiano, che di bello in tedesco so solo strudel, krapfen e Stadtluft macht frei, una reminiscenza di Storia medievale.

L’aria di città rende liberi,

È vero, Barcellona mi ha resa libera, anche se mi fa passare le giornate ai semafori!

In compenso, una volta a Casa Baglioni scopro che dei 3-4 candidati a vedere la partita alla Casa degli italiani manco l’ombra.

Gli do 5 minuti, poi ciao, che è stata un’altra giornata bella piena.

Al corso di catalano, per esempio.

– Facciamo una simulazione di esame orale. Chi si offre?

Il toro per le corna, il toro per le corna…

Avevo alzato la mano.

– Portati la sedia.

Avevo dato un’occhiata al testo: il nudismo. No, era uno scherzo.

– Leggi.

A mezza voce, perché gli altri intanto facevano esercizi. Mi aveva fatto fermare alla prima frase:

– La pronuncia è molto buona. Ovviamente si nota che la tua fonologia d’origine non è catalana.

E io ci ero rimasta un po’ male.

Che pretendevi, direte. Lo so. Ma una parte di me non si rassegna al fatto che in quanto essere umano ho dei limiti.

– Ora fai il commento.
– Eh?
– All’orale dovrete farlo.
– Ma abbiamo 5 minuti per prepararcelo, no?
– Eh, ma adesso non c’è tempo.

Che potevo dire. Che ero d’accordissimo, che il sesso non c’entrava proprio niente (e anche se fosse stato…), era una questione di libertà. Avevo citato un tizio del brano che la pensava come me.

Lei aveva concluso:

– Ragazzi, non citate mai troppo il testo.

Avevo sbattuto la sedia contro il banco alle mie spalle.

Poi il convegno. Genere e postcolonialismo 2, la vendetta. 4 ore di letteratura e postcolonialismo, Africa nera e autrici lesbiche, e l’Algeria della mia Assia Djebar: “Noi tutte, appartenenti al mondo delle donne dell’ombra, che invertiamo il processo. Noi che finalmente guardiamo. Noi che incominciamo”.

(“E io che furnesco, ccà”, aveva commentato una volta mia madre, dalla cucina)

Tutto fila liscio finché, a 10 minuti dalla fine, la prof. francese più ‘nzista si era fatta uscire la seguente frase: “È impossibile scrivere una storia dei vinti”.

Come “embè”?

Apriti cielo!

La mia prof. aveva aperto il fuoco: io ho dedicato la vita agli anarchici della Guerra Civil, non perché sia d’accordo col loro pensiero politico, ma lo faccio (cito) “desde un sentido de honestidad y obligación moral para recuperar la historia que en mi infancia, en mi colegio, en mi propia historia, me fue negada”.

Si erano fermati gli uccelli in cielo, e me n’ero scappata prima della rissa.

A saperlo, che all’appuntamento non veniva nessuno…

Almeno mi posso avviare senza rimorsi e raccogliere gente per strada: amici di amici, conoscenti che non sapendo del catering si sono portati la birra.

– Sarà già affollatissimo.

Una milanese mi suggerisce un termine che dopo una giornata multilingue non mi viene.

– Bravissima! – ringrazio.
– È che sono madrelingua, sai.

Vabbuo’. A distribuire focacce/panini, Lorenzo “del Grande Fratello”, prima edizione. Sapevo che vivesse qui, ma non che facesse catering, e niente, ci rimango un secondo, ripenso alla Gialappa’s e al fatto che finalmente hanno interrotto la trasmissione. E che il panino è buono.

Dentro è pieno come un uovo, in mancanza di giacche hanno occupato tutto con accendini, fazzoletti, non c’è una sedia libera nella grande sala con schermo gigante. Mi siedo a terra, davanti, unica over 20 tra gli studenti del Liceo italiano.

Che al momento dell’inno battono pure le mani a ritmo e la sala si riempie di “fratelli d’Italia” che l’Italia non la vedono da un po’. Per me ultracampanilisti e cosmopoliti non capiscono una cosa: l’inno italiano è antinazionalista per eccellenza. Prenderci sul serio? Ma se facciamo pure il parapa, parapa, parapapapapapapa… !

Manco a coorte, ci sappiamo stringere, ma “a corte”, per la gioia di Scipio e del suo elmo. Aggiudicato all’unanimità (cresta permettendo) a Balotelli, per una volta lucido e presente quando non cade da solo (ma per quello c’è Di Natale).

Dietro di me una sicilianuzza in maglia azzurra grida cose come “apri a destra”, “sali”, “chiudi, chiudi!”. Quello alla sua destra è più taciturno, dice solo “suca!” ogni tanto.

Ma a un certo punto si alzano tutti e due, ci alziamo tutti, mentre salvo dai colpi di tacco quel che resta dello spritz e grido:

Goooal!

Lo grida anche il messaggio che ricevo al 35esimo, e che non mi aspettavo. “Grazie per l’invito ma sono lontano”.

E mi gioco la borsa tra le gambe sudate che non sei solo.

Chiudo di scatto il cellulare. Va bene così, Maria, i patti erano questi, ci si vede di tanto in tanto se accetti che non-è-cosa. Il triangolo no.

Buffon para ancora. Si può fare.

Un minuto dopo, il secondo goal.

Decisamente.

E per una volta non finiremo ai rigori.

Davvero sto urlando “Vai Mario”?

La sicilianuzza socializza col vicino a sinistra, torinese in vacanza, in nome della comune passione (ebbene sì) per la Juve.

La sala ulula alla vista delle tifose tedesche (“italiani”, scuoto la testa), i ragazzi alla mia sinistra si lanciano in amenità tipo:

– Ma sti vecchietti tedeschi in prima fila facevano i giurati a Norimberga! Quelli che poi dicevano “ma no, che avete capito, erano solo campi estivi…”.

Ma la perla è:

– Passa questo spread, stronza!

Qualcuno da dietro ripete “suca”.

Isabel mi raggiunge al secondo tempo e siede con me.

Ormai il grosso è fatto, siamo tutti più rilassati. Troppo.

Ma il rigore tedesco, vi dirò, mi è andato bene.

Così Petra porta a casa il goal della bandiera, e noi vinciamo lo stesso.

Certo, la mia storia d’amore con Hummels non è ancora cominciata che già parte un corale “scemo, scemo…”.

Ma il “chi non salta un tedesco è”, a partita finita, se lo potevano pure risparmiare. Isabel salta. Io messaggio Petra, “siete stati bravi, e un portiere che va all’attacco non s’era mai visto!”.

Isabel dice: – Non so se potremo vedere la partita insieme, domenica…

Claro que sí!

Domenica vorrei andare in un posto in cui ci siano spagnoli e italiani insieme, senza musoni e antinazionalisti in giro, solo gente che vuole divertirsi.

Tanto l’inno spagnolo non dà problemi: è senza testo.

(canzone stonata sui muri che cadono)

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