(NB: Il titolo è ingannevole. Forse)

Scendo canticchiando Eros.

Colpa del vicino del terzo piano, che lo spara a tutto volume per rappresaglia verso i discotecari del piano di sopra.

Saltello ancora per strada quando scanso per un pelo la pazza con le stampelle.

– Puta! – mi saluta.
– Gracias! – rispondo.

Buon pomeriggio, Raval.

Stavolta la prof. c’è, all’università. È il terzo tentativo di farmi scrivere la lettera di raccomandazione per una borsa a Napoli.

Lunedì se n’è andata prima per non so che problemi, ho letto la mail solo dopo aver percorso il dipartimento deserto. Magari la polvere c’era solo per l’estate non ancora finita, ma mi piace pensare che la crisi sia anche questo, le orme sul pavimento di un dipartimento deserto.

Martedì, almeno, mi ha risparmiato le orme. Se è urgente vieni a casa mia, mi ha invitato per telefono, altrimenti domani stessa ora.

Come dice un’amica siciliana: a la tercera va la vencida.

La prof va di fretta perché vuole comprare non so cosa, prima che aumenti l’IVA. È una frenesia che prende tutti. Mi chiede l’indirizzo preciso dell’ente e non lo so. Sono sempre la solita. All’esame di dottorato andai senxa carta d’identità.

Passiamo dallo spagnolo al catalano all’inglese, e per fortuna la lettera me la scrive in quest’ultima lingua.

– Grazie, per qualsiasi cosa già sai.
– A novembre c’è il convegno del mio istituto, serve aiuto a livello logistico. Certo, avresti potuto fare da relatrice…
– Ehm, non so nemmeno se ci sono, a novembre, è capace perfino che mi diano sta borsa!

In realtà non sapevo del convegno, non sapevo di nessun convegno. Mi ero scordata di aver studiato da ricercatrice, di aver fatto un dottorato. A che pro, con meno di 1000 euro al mese, quando te li danno, se nemmeno è la mia vocazione?

Tanti colleghi con cui parlo sono innamorati della ricerca. Io voglio scrivere, sto scrivendo. Il problema è guadagnarsi il pane scrivendo, e la ricerca mi sembrava una buona soluzione, premesso che non mangio più come un tempo.

Ma ho trovato un compromesso. Voglio occuparmi di lettere. Sì, quelle dei soldati. Quelli con cui ammorbo i miei due lettori e mezzo tra un articolo e l’altro.

Se devo riprovare con la ricerca, voglio che sia con qualcosa che mi piace. I miei soldati catalani nelle trincee francesi, quelli scordati dalla storia dopo che erano stati moltiplicati, fraintesi, strumentalizzati per propositi nazionalisti.

Se mi fanno tornare in un archivio, voglio che sia per loro.

Che bello, per una volta m’impunto e dico, o questo o niente.

Forse è la cosa più importante che ho imparato in questi anni barcellonesi, penso entrando nella Biblioteca de Catalunya.

D’estate mettono fuori due scacchiere giganti, da usare per la dama o per gli scacchi. Ci vanno a giocare gli stessi, quasi sempre, due ragazzi che mi sembrano cingalesi e una signora anziana, col codino e una sporta verde.

Io percorro tutta la biblioteca e faccio un’altra cosa che non osavo più fare: tornare alla letteratura. La mia laurea in Lettere è del 2005, quando i libri erano ancora una via di fuga.

Ora li guardo con gli occhi che mi ha regalato la Storia. E voglio che invece di portarmi via mi aiutino a stare qui, presente. Pronta.

Ma prima scrivo il mio, di libro, un’ora o due. Il titolo me l’ha suggerito un sogno. Il manoscritto me lo consegnava un amico che non vedo da un po’. Uno che mi faceva un sacco di regali.

Forse questo è il regalo più bello che mi ha fatto.

* acchiappare un palo = prendere il due di picche

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