“La valigia di cartone”, quadro di Antonio Tonelli http://www.antoniotonelli.it

Un must dell’addio sono i regali.

Non a chi parte, che già ha troppe cose da spedire o mettere in valigia. A chi resta.

Funziona così: una settimana prima di andartene annunci urbi et orbi che hai roba in casa da smistare, chi vuole venisse a prendersela. Anche se a Barcellona capita spesso che due terzi dei tuoi “amici” non ti spiacerebbe buttarli a mare nel Port Vell (tanto da sobri non ti riconoscono), e allora inviti il restante terzo.

Ok, non è un’esclusiva di chi parte. Chiunque faccia un trasloco ha interesse a liberarsi di qualcosa, e se può cederla ad altri tanto meglio. Un prof. dell’università dava via centinaia di libri e facemmo la processione per giorni, portandoci via monografie su imprescindibili autori catalanisti noti solo alle loro zie paterne.

Però diciamocelo, i regali di chi se ne va sono più fighi.

E più… urgenti: se lasci qualcosa in casa non ti restituiscono la cauzione. Colgono la palla al balzo. Magari, se lasci la pastina bianchiccia che vendono qua, non fa niente. Col comodino trovato in strada, e portato su al volo, la musica cambia.

Insomma, tu li aiuti a sgomberare casa, e rifornisci la tua. Tipico delle reti di solidarietà che si formano all’estero, in case che i nostri genitori in visita chiedono “Come fai a vivere qui dentro?”.

Il fatto è che ci scocciamo pure, di renderle troppo vivibili. Mica ci resteremo a lungo. Tra lavori part-time e licenziamenti in massa (una tizia mi ha battuto, 35 in un giorno contro i miei 19), prima o poi tocca anche a noi smistare cose.

Ma quando ti tocca incassare vai armata di zaino o valigia, a seconda della mole, e magari ti aiutano a portare la roba fino a casa. Ringrazi con un caffè o una birretta fuori.

Considerando che il mio caffè è leggermente forte (i non napoletani non dormirebbero per giorni) propendo per la birra.

Cosa danno via, quelli che partono? Dipende. Se tornano da mammà, anche lenzuola e coperte. Se cambiano città/paese perfino i mobili.

E la roba da mangiare, naturalmente.

Magari i nordeuropei ti lasciano i cereali biologici, o l’olio d’oliva del cesto di Natale, che giace ancora quasi inutilizzato (e tu che l’avevi finito in un mese eri pure stata sfottuta, “te lo sei bevuto?”).

Ma se sono italiani hai fatto tombola. A parte i pacchi di Garofalo, a ricordarti che la pasta buona esiste, a parte il Lavazza ancora da aprire o qualche raro residuo della valigia di Pasqua, c’è lui.

Passato gelosamente da migrante a migrante come la spada laser di Yoda, i gioielli della Corona, le figurine Panini dei calciatori o della Sirenetta.

Il parmigiano.

Venduto in loco a 1000 euro la briciola, e magari è solo grana, è il sacro Graal degli italiani all’estero, dispensato con generosità solo quando vuoi fare lo sborone a un pranzo collettivo (e ti accorgi con angoscia che, per fare gli esperti, gli autoctoni ne grattugiano mezzo chilo, coprendo interamente il sapore del piatto).

In queste occasioni, ecco che ti viene improvvisamente ceduto a mezzo chilo alla volta, ancora nel pacco giallo dei salumieri italiani.

È un dettaglio che non riuscirai mai a finirlo, che seccherà prima del terzo ragù.

Ma datemi un pezzo di Reggiano e vi solleverò il mondo.

O almeno il trolley, fino all’aeroporto.

(Tanto ha le rotelle…)

(addii d’altri tempi)

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