Foto di Francisco Goncalves, https://www.facebook.com/pankphoto

Come sapete, questo è essenzialmente un blog di minchiate.

Così, a poche ore dalla fine della festa nazionale catalana, con la processione di estelades, le bandiere con la stella indipendentista, non vi parlerò delle rivendicazioni di una nutrita percentuale della popolazione catalana (c’è chi dice il 30% , 400 famiglie), che addossa sul governo centrale di Madrid le responsabilità della pessima gestione della crisi; non vi parlerò degli ingenti aiuti che hanno chiesto allo stesso governo centrale; non mi dilungherò manco sul fatto che i catalani siano tra i pochi a festeggiare le sconfitte (in questo caso, la fine dell’assedio di Barcellona dell’11 settembre 1714, col passaggio della città nelle mani del re Burbone), e che a domanda “sei nazionalista?” una catalana che conosco rispose “no, non sono così di sinistra”.

Vi dirò che oggi, seguendo il percorso della memoria catalana, ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.

Ho visto un sacco di gente di tutte le età in versione Superman, bandiera indipendentista annodata sul collo (finché un’amica non l’ha usata come pareo).

Ho visto processioni di torri umane consegnare una bandiera ai piedi della torcia al Fossar de les Moreres, dove sono seppelliti i martiri dell’assedio. E la bambina in cima a una torre aveva gli occhi a mandorla.

Ho sentito un’amica affermare che la vera catalana fosse lei, che non portava la bandiera perché costavano troppo.

Ho visto una mostra sull’11 settembre 1714, con due pannelli dedicati a due catalani illustri: Hernán Cortés e Cristoforo Colombo.

Ho visto sfilare, davanti al monumento di Rafael de Casanova (tra i leader antiassedio) l’insegna dei “poliziotti favorevoli all’indipendenza catalana”. Come leggere un cartello di cattolici pro-aborto.

Ho visto un’enorme bandiera svettare sotto l’Arc de Triomf, sopra un chiosco che vendeva della misteriosa birra nazionalista, capace di ubriacarti solo guardandola.

Ho visto mio padre con la mano sul petto mentre cantavamo (io male) l’inno catalano, accompagnati dalle classiche trummettelle. L’ho visto in ansia per le bambine in cima alle torri umane (dotate di casco dopo la morte di una piccola collega di Mataró) ed emozionato di fronte a “tanta gente che almeno ci crede, nella sua terra, noi la nostra la disprezziamo”. L’ho visto altresì seduto su una panca col manifestino “proclamiamo l’indipendenza ORA!”, mentre un turista lo fotografava rivelandogli che stava giusto vicino a un bagno ecologico. Infine, l’ho sentito salutare i compagni d’avventura con un sorprendente “Visca Catalunya lliure”.

E ho visto i miei in visibilio davanti ai tallarines del mio cinese preferito, clientela cinese, tagliolini artigianali. A due passi dalle trummettelle, le sfilate con la bandiera e le sporadiche sirene.

Perché la Catalogna ci piace così, internazionale.

Nonostante tutto.

(chi in realtà combatteva p’ ‘o rre Burbone…)

(ma ora per fortuna nun se ne fotte )

(chi non se n’è mai fottuto)

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