E adesso è la Mercè.

La patrona di Barcellona, col suo manto di stelle che non le ho mai visto addosso, ma che le spetterà di diritto, come a tutte le Madonne.

Specie quest’anno, che è tutto un firmamento di estels indipendentiste, dipinte in bianco o in rosso su una bandiera indossata modello Superman. Te le ritrovi in metro e per strada, ma non nel mio Raval. Che continua imperterrito a lavorare fino a tardi nonostante il film anti-Maometto, nonostante le vignette, nonostante quelli che pensano che Islam significhi quattro fanatici pronti a scattare su a ogni provocazione (e allora non avrebbero un minuto di tempo).

Comunque.

Il 29 ho l’esame. Lo so, napoletani in ascolto, un giorno a caso.
Lo scritto. L’orale tra l’1 e il 4.
In classe sono scene da film horror.
La prof. che fa l’elenco di cosa NON spiegherà, e si cimenta in paragoni con lo spagnolo che ne fanno l’unica catalana che proprio non lo conosce.
La classe che guarda sbalordita la lavagna, cercando trattini dove non sono mai esistiti, o le elisioni che popolano il linguaggio parlato, e allora qualcuno, durante gli esercizi, viene a chiedere consiglio a ME.

Mo’, che l’unica straniera debba insegnare il catalano si spiega in due modi: sono anche l’unica che si è dovuta fare un culo così per il diploma, gli altri se lo sono aggiudicato di default per nascita e studi; il catalano non lo parlo che con qualche amica, non l’ho potuto contaminare con “r” mangiate e le “e” aggiunte a ca… volo.

Tanto nel mio girarrosto di fiducia parlano in urdu. “Ehi, mi hai appena chiamato ‘ragazza’, vero? Troppo buono!”, e loro divertiti dalle due parole che capisco, “ragazza/o”, e la roba da mangiare. Le basi, insomma. E poi vabbe’, “ti amo” e “meri jan”, che praticamente significa “core mio”, come ne Gli esami non finiscono mai.

Solo che stavolta, per me, gli esami finiranno, che li superi o li ripeta a febbraio. Questo è il diploma di catalano più avanzato, dopo c’è solo il napoletano.

E ora, Mercè. Ho già visto lo spettacolo di luci dell’anno, sulla Sagrada Familia, e ieri nel Parc de la Ciutadella un tango infuocato (letteralmente) che non mi ha ammaliato quanto il Tetris gigante e il nostro tifo per i giocatori, specie per i bambini che, se non fosse stato per la Mercè, il Tetris non sapevano manco che era.

Lunedì mi tolgo una soddisfazione: ballare la pizzica su Rambla Raval. Ho già avvisato tutti.
Anche perché sono quasi tutti stranieri, non si renderanno conto che sto alla pizzica come Romina Power sta al Belcanto.

E poi aspetto. Notizie da Napoli, se ci vado per 5 mesi, miracolata tra le decine di richieste per una borsa di studio, o dopo l’esame devo proprio mettermi a cercare un lavoro, che il sussidio è finito e tutti i colleghi licenziati hanno trovato qualcosa, meno noi del dipartimento di Content.

Io speriamo che me la cavo.
E intanto festa. Barcellona è così. Crisi e feste.
E le stelle stanno a guardare.

(When you wish upon a star, dice Satchmo…)

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