Giugno 1987: esame di prima elementare dalle suore. Il pulmino non passa, la signora delle pulizie mi accompagna alla scuola sbagliata (ma glielo dico quando hanno già chiamato il direttore). All’orale contando sulle dita dichiaro che, se io ho 6 anni e mio fratello 2, abbiamo 3 anni di differenza.

Giugno 1994: esame di terza media. Scelgo la traccia sui Promessi Sposi, ma poi passo al tema di fantasia. La prof. deve trattenersi apposta. All’orale la prof. di Musica mi chiede la trama della Butterfly, mai spiegata. Per fortuna mio nonno durante l’harakiri si commuoveva.

Giugno 1999: esame di maturità. La prof. di Scienze non mi chiede l’argomento concordato ma lo espongo lo stesso. Dopo l’esame litigo col mio ragazzo, segretario di Rifondazione, per aver detto che con Lenin pure ne erano morti un bel po’, in Russia.

Ottobre 2007 (o era novembre?): esame di dottorato. Arrivo senza la carta d’identità e non so che documento della segreteria. Mi presento all’orale con una sciarpa verde transgenico di cui mi pento ancora oggi.

29 settembre 2012…

L’hanno detto, l’hanno fatto: all’esame con la barretina.
Ma il tipico copricapo catalano, di lana rossa, tolto un attimo prima di entrare in aula, me l’hanno mostrato in foto quando ormai tutto era finito, il dado era tratto e la pasta (quasi) buttata.

Perché mentre i miei compagni si ritrovavano fuori la Facoltà di Economia della UB, mezz’ora prima dell’esame di Nivell Superior di catalano, io stavo a 10 fermate di metro.
E vabbe’, mi so’ sbagliata con gli orari. Pensavo che andando direttamente a Gràcia accorciassi il tragitto, e invece l’ho allungato.
Infatti l’anziana signora che spiega la procedura all’aula gigante (ah, non eravamo solo noi?) scuote la testa ma mi fa sedere.
E al momento di controllare le carte d’identità s’inclina mezz’ora sul mio banco: sono l’unica col NIE, il documento degli stranieri. Almeno nelle prime file.

Ma non me ne frega, sto lottando con le parole. E complici la corsa e il sonno sprofondo tra accenti aperti e chiusi, e le piane in “en” si accentano, o erano le tronche?
Le basi, Maria, le basi. Che all’esame si perdono ignobilmente tra i mille dubbi della presentazione scritta (Buon pomeriggio, benvenuti alla mostra sui mestieri di un tempo…), dell’articolo di opinione (L’educazione emozionale a scuola sarebbe un buon rimedio all’assunzione di droghe… Ma assumpció va bene? Meglio consum, va’, come il supermercato!) e del riassunto del brano letto due volte ad alta voce (si dice la marxa degli immigrati? Uff, disminució già l’ho usato!).

Meno male che gli esercizi sono facili… Sì, facili un corno. Le regole le so, metto i que e gli a al posto giusto, ma le espressioni tipiche no. Per quelle avrei dovuto leggere in catalano, pensare in catalano e, suggerisce qualcuno, cardar in catalano (non andate su translator, significa quello).
Ma guiri (straniera) so’ arrivata e guiri so’ rimasta, sono l’unica che sa tutti i concerti, tutte le mostre e, soprattutto, tutti gli eventi in cui si mangia gratis. E l’unica che non parla catalano più di un’ora a settimana.

E vabbe’, però… Formare una parola con “fer-se entrar peresa”? Allora, pigrizia si dice pereza in spagnolo e mandra in catalano, che è sta novità?

Infatti appena consegno, a 20 minuti dalla fine, chiedo fuori:
– Ahò, ma peresa?
– Boh! Tu hai scritto baixar o abaixar?.
– Che cosa?
– Il prezzo della benzina!
– Che benzina?
– Il penultimo esercizio, quello dell’ultimo foglio, non l’hai fatto?
– Merda!
Si dice uguale, italiano e catalano.

Rientro timidamente e spero che la scrutatrice abbia una nipote della mia età.
Lo scrutatore no.
– Sì, non hai fatto quest’esercizio. Ma potrebbero averti dato i risultati fuori, non so se posso…
Ja’, che il cognome l’ho pronunciato pure Marcese per fartelo trovare subito, somma umiliazione.
– Se si può fare qualcosa…
Ci mettono più a sganciarmi il foglio che io a sedermi, fare due scippi e riconsegnarlo. Le due cose che sapevo le ho individuate, per il resto improvviso.
Tanto sono stanca.

Li trovo fuori a fumare e chiedersi “Ma peresa?”. Pure la prof, beccata in extremis sulla soglia, dice “Sarebbe mandra”. E poi propone: emperesir, impigrirsi.
Ma nessuno ci fa più caso, cominciano a riconoscere la gente delle altre classi, sono quasi tutti infermieri, fanno il corso per aumentare il punteggio.
Mi mancheranno le loro storie splatter di pazienti che iniziano a correre, vecchiette ‘nzallanute e litigi coi poliziotti, che sfottevano una paziente sotto custodia perché non era depilata.
Non mi mancherà il racconto di María Josefa, la famiglia arrivata all’ospedale con non so quanti colpi in corpo, padre italiano, agguato in auto, e mi sono scordata di guardare le notizie per scoprire se era quello che temevo.

Adesso invece guardo María Josefa e dichiaro:
– È colpa tua! Verniciare l’ho sempre scritto envernissar, ma tu mi correggevi sempre e mi hai fatto sbagliare!”.
– Sì, adesso è colpa mia, italiana!

Mi mancherà pure María Josefa.
E gli occhi di Gabriel. E il suo passaggio sistematico dal catalano all’andaluso, quando lo chiama la nonna. Come l’imitatrice di Monica Bellucci.
Una volta siamo finiti sotto lo stesso ombrello e gli ho poggiato la mano sul bicipite teso, ma leggera, come se ce l’avessi dimenticata.

Stavolta, invece, sotto l’ombrello finisco con Genís. E stringo eccome, che piove a dirotto. Ultimo caffè del gruppo, Elisenda dice basta correzioni!, ma non parliamo d’indipendenza. Quella la lasciamo alle elezioni anticipate del 25 novembre, al referendum che forse ci sarà tra qualche anno, ad altri giorni meno piovosi e malinconici.

Perché adesso è proprio l’adéu, Eli e Genis hanno l’orale lunedì, li bacio e finisco in macchina con Gabriel, diretto al pranzo familiare di sabato, “da buoni andalusi”. Siamo due terroni, col catalano abbiamo fatto gli stessi errori.
Lasciandomi fuori alla metro chiede un petó.
Significa bacio, non mi è mai piaciuto per ovvie assonanze.
Ma stavolta sì.

Comunque era emperesir.


(e paraules si scrive con una “l”!)

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