Il tabacco e gli orari dei negozi. Annunciato da Elisenda via SMS, confermato da Raul per mail. L’argomento degli articoli da leggere e commentare per la prova orale di catalano.
Vabbe’, ma erano tanto scemi da proporli anche a noi del secondo giorno?
Ebbene sì.

E la prof. sembrava simpatica.

– Entra e comincia a leggere gli articoli. Tu sei…?

Stavolta l’ho fatto:
– Marchese, si scrive Marcese.
Ma lei se n’è fatta un punto d’onore:
Marchese. Mi piace pronunciar bene i cognomi. E poi noi abbiamo sempre questa convinzione che parlare italiano sia facilissimo.
– Tranquilla, noi italiani abbiamo la stessa illusione col catalano!

L’ha colta a metà. E mi ha fatto leggere tutto l’articolo. Tutto.
Le neutre scricchiolavano sotto la voce allenata a pronunciare 7 suoni vocalici, e gli altri s’attaccassero, specie se troppo simili al napoletano…

Già, il napoletano. Perché quando abbiamo esaurito l’argomento negozi aperti/negozi chiusi, e vivere nel Raval non aiuta col catalano (stavolta ha riso) ma ti dà un’idea sulle abitudini del mondo, mi ha fatto:
– Ah, sei di Napoli? Il napoletano è simile al catalano, no? Me ne sono accorta ascoltando quel cantautore…
Gigi D’Alessio? – chiedo diffidente.
– No. Quello degli anni ’70…
Fabrizio De André? – butto lì, pensando a Don Raffae’.
– Nemmeno.
– Pino Daniele?!
– Ecco, quello. Me l’ha fatto conoscere mio nipote. Glielo dirò, che ho esaminato una napoletana. Pino Daniele mi ha divertito tanto, e ho pensato, cavolo, è una lingua. Potranno pure dire che è un dialetto, ma è una lingua.
– Be’, non abbiamo una grammatica ufficiale, ma è derivato direttamente dal latino, con le dovute contaminazioni – chissà quante vongole sparavo, improvvisando, ma l’argomento mi emozionava. Infatti l’ho ammesso, prima di tutto a me:
– Col catalano avrei potuto fermarmi al C, il diploma che serve per lavorare. Ma volevo fare quello che non ho potuto con la mia lingua, perché dove sono nata io se la parli dicono “Parla bene!”. E ‘bene’ è italiano.
– Quand’ero ragazza parlavamo catalano in casa, fuori però spagnolo. Ma perché c’era Franco…
– Alla fine, il mio catalano è meglio che il napoletano, quindi immaginati il napoletano!
Questa non l’ha colta. Buon segno.

Alzandomi ho pensato che l’ho imparato al centro storico, il napoletano, senza tracce dell’accento del paese, che mio padre si chiede da dove l’ho cacciata, sta parlata da vaiassa. Qualcosa la sapevo anche prima, poesie, o proverbi incomprensibili per una bambina:

‘a capa ‘e sotto fa perdere ‘a capa ‘a capa ‘e coppa

Fuori all’aula c’era Gabriel.

E parlava dell’esame scritto.
– Alla fine “impigrirsi” era emperesir – gli ho ricordato – Io ho messo emperesar e tu enperesir -.
– Ahah, per fare una cosa buona avremmo dovuto fonderci tra di noi.

I tant!

Certe ragazze già esaminate tornavano piano allo spagnolo, come quando ti togli i tacchi a un matrimonio e metti le pantofole.

E Gabriel se n’è andato presto, soddisfatto per aver scelto l’articolo sul fumo e aver scoperto che pure la prof. era fumatrice. Volevo seguirlo, salutarlo bene, quando la capa ‘e coppa mi ha ricordato che a non aspettare Silvia, sempre così gentile, sarei stata un’infame…
Ma uscendo l’ho buttata, un’occhiata al patio fumatori. Perché lo dice pure Pino:

Tu ho saps com fa el cor, quan s’ha equivocat.

Tu ‘o ssaje comme fa ‘o core, quanno s’è sbagliato.

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