Forse l’ho già detto, ma mi piace il giorno dopo l’arrivo, quando mi sveglio e mi chiedo dove sono.

Quando succede so già che i mondi fantastici nascosti un tempo tra le venature del piano, a casa dei nonni, in realtà sono fatti delle nuvole che ammiri dall’oblò dell’aereo augurandoti che un Dio esista, per godersi lo spettacolo.

Le stesse nuvole che mi sono cadute addosso in goccioline educate su plaça Universitat, senza disturbare il nostro incontro.

Poi ricordo quanto sia vero, quello che scrive anche la catalana Marta Rojals: che solo vivendo fuori casa, e prima che “fuori” diventi casa, scopri che la fatina che ti nutriva e puliva non esiste, e il detersivo dei piatti non fa miracoli. Mastro Lindo, per l’occasione Don Limpio, almeno ci prova.

E 20 giorni hanno il potere di cancellare il presente, di trasformare una scrivania disordinata in un mistero. Che ci fa qua sopra questa moneta di 2 euro, salvata all’irresistibile caos che mi creo intorno? Ah, già, qualcuno l’ha lasciata sull’amaca in terrazzo, molte sere fa. E i libri di catalano sono inutili, ormai, il diploma è preso, addio lezioni, addio pronoms febles, spero diventiate presto chiacchiere e passeggiate all’aperto, in qualche posto, che esisteranno, in cui catalani e stranieri si sentano ben accetti.

La cosa più carina è stata quell’indirizzo scarabocchiato da una grafia sconosciuta e persa nella memoria, métro quai de la Gare. Così in questo risveglio apolide si annullano le distanze e Barcellona può diventare Parigi, come quando manco da tempo a Napoli e da qui vi vedo tutti insieme, i vivi e i morti, a riunirvi a tavola la domenica e ogni tanto a chiedere di me.

È un momento che dura poco, di spazio e tempo sovrapposti e precari anche loro, ed è l’unico momento in cui mi sento a casa.

Casa non è un posto, è un istante.

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