Nella “mia” pizzeria si parlano due lingue, napoletano e spagnolo. Lo spagnolo, però, è rivisitato.

Il carajillo si chiama ‘o carachiglie, e la birra alla spina, caña, diventa proprio ‘na cagna di quelle ‘e canciello, pronte a ringhiare agli avventori che si stipano intorno al bancone.

Il ragazzo abbronzato, poi, gli occhi azzurri sotto il cappellino, si ostina a dire al telefono che le pizze llegan a menudo, intendendo “tra qualche minuto” e garantendo, in realtà, che arrivano “spesso”. In omaggio al copricapo, il cameriere ragazzino, stasera con barbetta e ciuffo fonato, gli propone 5 cappielle a 100 euro ‘a fine d’ ‘o munno, e l’altro chiede in quale magazzino, da sempre, da noi, sinonimo di negozio.

Pure i clienti parlano napoletano, mentre masticano Napoli – Chievo piegata a portafoglio. Non lo distinguevi subito, stasera, tra i romani che si intossicavano contro l’Udinese, la siciliana bionda come solo certe siciliane sanno essere, e un suo compaesano che sfottevano tutti, compa’, t’ ‘o dissi, giocavi ‘a bulletta pure tu e ti facevi ricco (ma ‘mbari è messinese o catanese?, chiede qualcuno alla siciliana).

Invidio quei soliti noti che già si conoscono tutti. Il bellillo dopo più di un anno deve ancora chiedermi come mi chiamo, per mettermi in conto il saltimbocca Positano. Più buono del solito, tra l’altro, l’ha fatto un pizzaiolo nuovo che ancora dice Escudellers con la “l” italiana (ma in bocca a lui suona quasi catalana) e che ora mi scruta, ricambiato, senza che nessuno lì in mezzo ricordi il suo nome. Manco i camerieri. “‘E chi è stu cafè?”, “‘E Davide!”, “Davide chi?”, ” ‘O pizzaiuolo”. Però anche un cliente chiama il ragazzino fratomo, poi nel dubbio chiede agli amici “Comme se chiamma?” e gli viene risposto “Luca”.

Luca che stasera vuole andare a ballare ‘o Suttan’, solo che teme che gli avventori si interessino eccessivamente a lui. Come già in palestra, specifica, e a tal proposito, per difendere la propria rispetto alle più blasonate, chiede è meglio ‘na palestra abbuffata ‘e femmene o chiena ‘e molleggiate?. No, stasera a ballare, è deciso, e il collega rossolillo che consegna le pizze non facesse che verso la mezza dice nun da’ retta: lui, adda muri’ mamma’, ci andrà eccome.

Ma poi mi guarda, dopo che mi sono sgolata a esultare del gol di Ammsícc, a gridare ma che sta a fa’ nei passaggi mancati, e a dire addirittura un ‘u ssapevo, proprio di paese. Imperterrito mi guarda e nel suo migliore italiano mi chiede:
– Ma tu, sei una tifosa del Napoli?

Niente da fare. Ti sembro veronese?, scherzo, cacciando un’ultima volta la carta “compaesana d’Insigne” come se mi desse honoris causa cittadinanza e titolo di tifosa.

– E che era, inglese? – propone invece la ragazza, una delle splendide guaglione bassine e carnose che vedo ogni tanto dietro il bancone.
– Quasi – si giustifica lui – mi sembrava irlandese…
– Sono le mèches – sorrido.
Il bellillo e il siciliano stanno dicendo che Di Natale all’Udinese per segnare ha proprio fatto il cucchiaio pe’ raccogliere ‘a sarza (che il siculo chiama tipo ‘u sucu).

Pago il conto, 9,50 pecché sei tu, tesoro (“Si ero ‘n’ ata erano 8?”), e negli ultimi minuti di gioco, prima che la folla in uscita mi butti fuori dal locale, penso che a parte me, che so’ irlandese, la distanza dall’Italia, dal Sud, li fa tutti compaesani, tutti napoletani. Se vivessimo insieme, dopo un po’, le differenze si noterebbero, ma ora no.

A sproposito penso a una ragazzina olandese che diceva qualcosa tipo non vedo l’ora che smettiamo di essere solo ebrei e torniamo a essere noi stessi.

Chissà perché mi è venuta in mente, penso allontanandomi nel primo freddo.

Annunci