Copertina provvisoria

Ho finito il libro e ho capito due cose.

Una è che non si finisce mai. Ma lo sapevo anche quando alzai gli occhi dal PC, nell’aula dottorandi della Facultat de Geografia i Història, e dichiarai: “Ho finito la tesi”.

Partì un timido applauso e qualcuno mi chiese perché, seduta lì da cinque minuti, avessi finito la tesi di dottorato giusto in quel momento. Perché, spiegai, mi mancava solo da copiare una citazione, e pure macabra, su una francese linciata dalla folla perché sposata a un tedesco (era la Grande Guerra). E l’avevo voluta mettere lì. Ma sapevo, come si diceva, che non era davvero la fine.

Anche quando ho chiuso il quaderno, oggi, sul balcone, sul cornetto al cioccolato che è la parte migliore del libro. Sapevo che la parte più difficile cominciava adesso. Renderlo decente, un libro vero. E questo ci porta alla seconda scoperta.

Che ogni rigo che scrivo, ogni frase, è una lotta contro la banalità. Contro le coincidenze scontate, le interruzioni a proposito, la radio che trasmette il lento quando si sta per pomiciare e le porte che si chiudono proprio su quello che è d’uopo scoprire qualche capitolo più in là.

Ma non solo. Confesso che ho vissuto, e ho vissuto in un’epoca banale. Per fortuna. Di guerre e di crisi, e anche di Bim Bum Bam, giornaletti condannati e poi rivalutati, e tempi comici da Drive In, poi Zelig, passando per gli strepitosi cammei della Gialappa’s.

Tutto questo sono io, e non posso farne a meno, né voglio. Ma quando scrivo si fa sentire tutto, e allora cerco di sfuggire a un’ovvietà a cui ho detto tante volte sì nella vita reale. Quando ripetevo tormentoni che su un foglio Word stanno come il cavolo a merenda, quando la passione per il trash mi portava a contaminazioni linguistiche che lascio volentieri agli autori pulp.

Insomma, è una guerra tra trincee a quadretti che ora si trasferisce sui vari borradores, i documenti di bozze, di Word, che mi ostino a mantenere in spagnolo.

Una guerra persa che però combatterei daccapo, ogni giorno, premiando vincitori e vinti (sempre io) con lo spuntino di samosas e dolcetti arabi che adesso mi fa da trofeo.
Se anche, in un mondo parallelo, ne conquistassi altri, non sarebbero altrettanto squisiti.

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