Ok, questa me la dovrei riservare per il mio best-seller, ma prima che venda più di Moccia e mi abbandoniate per essere diventata troppo commerciale (io che di solito disquisisco di Massimi Sistemi…), voglio che sappiate.

Oggi avevo un pranzo con un catalano (succede) che non avevo mai visto dal vivo, perché finora ci si era mantenuti in contatto per questioni letterarie: l’illuso credeva che ne capissi qualcosa.

Ebbene, mentre stavo ancora a cercare in camera delle scarpe marroni decenti (si fa prima a trovare il Graal) mi sono accorta che avrei fatto tardi, e gliel’ho scritto. Ma mi sentivo un po’ in colpa, e già scorgendo, mezz’ora dopo, un unico ragazzo che aspettava al centro di Plaça Reial, ho cominciato a sorridergli da lontano (lui ricambiava) e mi sono precipitata ad abbracciarlo:

Perdona, eh, fa molt que m’esperes?– chiedo in catalano dopo i due baci, ricambiati, di rito.
– No, aspetta, mi sa che hai sbagliato persona – dice allora in spagnolo, gli occhi un po’ a mandorla su un visetto scuro. – Io mi chiamo Ernesto.

Un nome più latinoamericano non c’è.

-Tu chi cercavi?
– Joan.

Un nome più catalano non c’è.

– No, è che lavoro al ristorante qui vicino, sto distribuendo volantini.

Sono viola, paonazza, cocozza. Mi piazzo davanti alla fontana e decido che d’ora in poi se non mi mostrano la carta d’identità non dico manco hola.

Fortuna che mi riconosce Joan, da lontano. Quindi mi propone un fast food italiano stile Wok, ma con la pasta, e io già immaginando una scena alla Alberto Sordi (questo je ‘o damo ar gatto, questo ce ammazziamo ‘e cimici…) lo porto alla mia solita pizzeria.

Qui i tempi comici diventano addirittura perfetti. L’unica volta che mettono la birra davanti a me, e non al mio accompagnatore, è anche l’unica in cui ho ordinato io la Coca-Cola. Ogni volta che abbordiamo un argomento importante (Raval vs Eixample, catalani vs stranieri, perché i catalani non mangiano melenzane e basilico e i napoletani si riempiono di gel) il cameriere tarantino si piazza vicino al tavolo e dice cose tipo:

– Questa è una ragazza da sposare! Ma non invitatemi al matrimonio, che non voglio fare il regalo.

Sull’indipendentismo catalano mi strozzo con la mozzarella. Certo, a morire di gnocchi alla sorrentina, c’è molto di peggio, e la parola Rajoy reiterata non aiuta a salvarmi, però insomma, già m’immagino lì a emettere versi sovrumani schiumando saliva, proprio mentre lui mi dice che il problema è che con la classe politica spagnola non hanno niente a che vedere, come coi duchi che finiscono in prima pagina per aver fatto non sa quale incidente, mentre in Catalogna sono molto più democratici…

Per fortuna riesco a fare ciao ciao a Caronte, già pronto con la pagaia, e dirgli:

– Questa cosa noi italiani non sempre la capiamo, ma di fronte a uno che mi dice “non mi sento del paese a cui appartengo”, non si può far altro che portare rispetto, saprete il fatto vostro.

È vero. Sapesse quanti italiani non si riconoscono nella loro classe politica! Ma rispetto a tanta convinzione, che vuoi fare?

Ordinare il dolce, per esempio.

Ma lui non ne ha voglia.

– Tanto il suo dolce sei tu – commenta il cameriere.

E con questa chiosa, e una vistosa macchia d’olio sulla gonna, mi affretto a tornare a casa prima che scambi il cameriere bellillo, più fonato che mai, per Umberto Eco venuto a promuovere un libro. Magari mi fa un autografo “con affetto e simpatia” e mi concede una foto, con la bocca a cuoricino.

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