– A me solo i napoletani, mi fanno godere! I milanesi nun so’ buone!

S. si avvicina bruna e un po’ sbronza al bancone della pizzeria, puntando il medio alzato verso le maglie rossonere sullo schermo.

– Mediterranei, passionali… L’orgasmo l’ho raggiunto solo coi napoletani, coi milanesi mai!

Rompo le risatine perplesse con un azz, e allora mi guarda.

– Perché, a te i napoletani non ti fanno godere?

Tutti gli occhi su di me, trascurando un momento il San Paolo ancora sul 2-1. Guardo i corpi massicci o esili dietro al bancone, i volti sbarbati e freschi che mi fissano dagli sgabelli vicini:

– S-sì…

Sorride soddisfatta e comincia ad appiccicarsi col cameriere, mentre dichiara a un’altra che Napoli es Cataluña [sic], la pelle cotta dalle lampade,i capelli ancora neri svogliatamente raccolti, gli occhi belli di prima che si bevesse il cervello chissà come, chissà dove. Non sa che la guardo e che il giorno dopo le dedicherò quest’articolo, che per giunta non è il solito resoconto di una partita di cui descrivo più il panuozzo che il risultato (anche perché meglio stendere un velo pietoso). No. S. è la prima di questa breve galleria di donne a Barcellona.

Ci pensavo da un po’, a tutte loro.

A quella che mi sorride sotto il mio palazzo, a un mese di distanza. Magari l’ho già vista, ma non la riconosco coi capelli, l’onda nera sul viola cangiante del sari. Nera come il foulard a fiori che dovrebbe avere in testa, o ben accomodato intorno al collo, e invece avanza svogliato con lei mentre si sistema senza fretta, sorridendo a me che cerco di non guardarla troppo.

Un’altra mi viene incontro dalla calle Robadors, ma non è in servizio. Cellulare rosa alla mano, esce in fretta dall’angolo di luce sui sandali aperti coi tacchetti, ma faccio in tempo a vederle i capelli troppo biondi, quasi gialli, sul volto arabo con le labbra troppo rosa e la maglia acquamarina sui jeans troppo scuri. Respiro il suo profumo troppo dolce e mi giro per un’ultima volta, rapita da quell’eccesso di femminilità che è quasi una parodia, un modo di dire che è tutto uno scherzo.

Un’altra mi guarda fisso e mi chiedo quanti anni ha. Certo più di 25, anche se può ancora far fesso qualcuno, se ci tiene, nascondendo le occhiaie pesanti che rompono l’armonia che però persiste, cocciuta, sui tratti forti del viso tondo. I capelli non sono suoi, ma devono essere biondicci uguale, anche se meno, quasi castani. Le sorrido e le labbra carnose le si increspano sui denti dritti ma troppo grandi, troppo avanti. Fortuna che sorridono anche gli occhi, di un colore liquido indefinibile, sempre sorpresi, un po’ strabici per chi sa guardare.
L’ho sentita cantare al concerto delle Questioni Meridionali, la voce coperta da quella bella del calabrese, ma l’accento era buono:

Avesse voluto cchiù ‘ind’ ‘a chesta parte ‘e munno apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate e no pe’ chistu cuorpo bello, no p’ ‘e mazzate che aggio dato, sulamente pecché femmena so’ stata, e ‘nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje ‘nzerrato sulamente pecché femmena so’ stata, sulamente femmena.

Poi apro l’armadio e lei scompare insieme allo specchio.

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