La mia benda sull’occhio è un successone, ben 75 euro (ok, centesimi) dal cinese del Carme contro il cartone appezzottato delle altre. Mi sfottono, l’amico siciliano e i suoi colleghi assistenti sociali, conosciuti in Plaça Sant Jaume quando avevano smesso di pagarli e ora tutti lì, fuori al Departament d’Interior di Barcellona alle 18 di mercoledì 21 novembre. Quasi tutti con un occhio coperto per solidarietà con Ester Quintana, la donna che ci ha rimesso il suo lo scorso sciopero generale. Per un proiettile ad aria compressa, dicono lei e i suoi compagni. Impossibile, dice Felip Puig, Conseller d’Interior: nella zona del Passeig de Gràcia, dove si trovava lei quando ancora vedeva bene, non ne sarebbero stati sparati.

Ma i reduci dallo sciopero del 29 marzo, me compresa, hanno avuto esperienza sufficiente di questo tipo di armi per ricordare, insieme agli 8 che invece ne hanno avuto esperienza diretta, che Barcellona può costarti un occhio della testa. E allora #ojocontuojo, il comitato che si è costituito per solidarietà con la donna ferita, ha organizzato questa manifestazione silenziosa a cui partecipavano anche i miei amici di Stop bales de goma .

In realtà a vedere la scena da lontano, risalendo il Passeig de Sant Joan dalla metro Tetuan, quelle quattro sirene che lampeggiavano su altrettante camionette disposte intorno all’edificio non erano proprio rassicuranti, specie se parli a telefono con tuo fratello e sarebbe d’uopo dissimulare. Ma non ci provo nemmeno.

– Ecco, brava, mi raccomando, tu resta là invece di tornare subito a casa! – mi viene detto col sarcasmo rassegnato di chi sa che invece resto eccome.

E faccio benissimo: la manifestazione, per fortuna, è pacifica e si apre con un messaggio di ringraziamento di Ester (dimessa dall’ospedale con sorprendente fretta), trasmesso dai potenti mezzi degli organizzatori (un altoparlante che ha visto tempi migliori) insieme alle seguenti istruzioni: stiamoci più o meno zitti tutto il tempo, e ogni 10 minuti sfoghiamo.

E lo sfogo, in effetti, è potente. Puig dimissió lo slogan più gettonato. Certi altri non li ho ripetuti, preferisco quelli che chiedono cose concrete invece di lanciare accuse generiche. Efficacissimo invece il buon Enrico (leggete il suo blog) che si fa fotografare in tutta la sua imponenza con la benda sull’occhio e regge, aiutato a stento dalla Vostra Affezionata, lo striscione di Stop bales de goma. Finché un gruppetto di volenterosi, al ventesimo tentativo, non riesce a legarlo a un albero (lo striscione, non Enrico), col fucile che sembra magari un po’ più ammaccato che al naturale.

Quanti siamo? Non sono brava a contare la gente, è un lavoro che alle manifestazioni italiane lasciavo volentieri a Emilio Fede. Qualcuno dice 400, e c’è chi si lamenta che non va bene. Troppi appelli, troppe manifestazioni. Meglio una buona, tutti insieme.

La mia amica veronese chiede che pretendono, questi, se uno stato ci schiaccia noi reagiamo. I morti non possono andare alle manifestazioni, e allora ci andiamo noi per loro. Morti di debiti, suicidatisi per aver perso la casa… Se questi ci fanno la guerra, conclude, noi rispondiamo con la guerra.

Non sono d’accordo, le dico. Oggi manifestiamo per un occhio perso, non vorrei che la prossima volta fosse per un morto. E quella ancora per due.

Ma le rivoluzioni, ribatte lei, come si sono fatte? Coi morti, per la libertà.

Restiamo ognuna della sua idea mentre una raffica finale di fischietti (che in un mondo ideale si dovevano suonare tutti insieme alle 20 in punto) segnala che la protesta è finita, andiamo in pace.

In metro mi accoglie ancora un manifesto di Artur Mas, il leader di Convergència i Unió che ha promesso il referendum per l’indipendenza se, come tutti si aspettano (o temono), stravincerà le elezioni catalane questa domenica 25. Con le braccia alzate e circondato da bandiere. La voluntat d’un poble.

Ma qualche impertinente gli ha messo una benda nera sull’occhio.

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