Dante(attenzione: questo articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni senza fondamento)

Siccome vivo nella caverna di Dracula, con stalattiti appese al soffitto e ragnatele secolari un po’ dappertutto, non ricevo molti ospiti. Immagino che anche il sesto piano senza ascensore non aiuti. Ma ho guardato un po’ gli ospiti altrui e credo che gli italiani in visita a Barcellona vadano suddivisi perlopiù nelle seguenti categorie:

10) l’aspirante guiri. I guiris nel gergo locale sono gli irriducibili stranieri, di solito nordici, che sembrano eterni turisti anche se vivono in loco per secoli. Quelli che comprano la t-shirt con la sagoma del toro, il sombrero messicano (chissà perché) e magari le nacchere. A noi italiani riservano il simpatico epiteto di italianini, ma con un po’ d’impegno questa categoria può far dimenticare i capelli scuri e gli occhialoni a goccia e trasformarsi nel guiri perfetto: basterà sedersi sulla Rambla appena sbarcati (meglio se dalla nave, l’aereo fa paura), e dopo essersi rifocillati con tapas e sangría andarsi a perdere nell’Apple Store a Plaça Catalunya . Mi raccomando, che il vostro spagnolo non vada mai al di là delle parole cerveza e Belén Rodríguez (non scordatevi di pronunciare la u), e credeteci, che quella pizza gorgonzola e peperoni su Passeig de Gràcia sia autentica di Benevento;

paella
09) coppia gay che non ci può credere, che finalmente può girare mano nella mano senza che la corchino di mazzate o la sfottano stile cinepanettone (siamo un povero paese). Si è preparata tutto un itinerario artistico (in questo è simile al superorganizzato), che include anche alcuni negozietti mirati di souvenir. D’estate si mostra critica coi nudi maschili esibiti per la Barceloneta, operazione che personalente invidio perché io non vedo un difetto a cercarlo col lanternino. Pretendono che il Gaixample sia il Carnevale di Rio,rimanendo delusi quando scoprono l’amara verità. Non è infrequente che almeno un membro della coppia ritenga che tutti i bei ragazzi incontrati siano gay;

08) l’ospite del radical-chic. Per fortuna è simpatico/a, e viaggia spesso in coppia. Ma tra tutti gli amici che potevano ospitarlo s’è scelto la vecchia amica italiana che fa un master all’Autònoma di Barcellona ed è tra i 95 che hanno votato Vendola alle primarie. Morirebbe dalla voglia di fare un po’ di sano e becero turismo, invece si trova catapultato tra feste clandestine in centri sociali appena sorti, e feste italocatalane in cui si alterni il grido independència a Osteria numero 9, passando per le serate di pizzica , e l’immancabile capatina al Mariatchi , o in un vecchio bar del Raval, a collassare tra birra economica e vecchi che ci provano con ragazze insicure e ubriache. Il pub irlandese? Troppo commerciale anche se c’è musica folk;

orecchini
07) il superorganizzato: ha due-tre mappe di Barcellona e una guida sconosciuta ai più (la Lonely Planet è commerciale). Specie se donna, si è trovato su Internet tutta una serie di negozi e ristoranti raccomandati da altri turisti per caso, rigorosamente vicini alla Rambla. Ha una macchina fotografica da paura che tiene sempre a tracolla. Primo giorno: Sagrada Familia, poi, come l’aspirante guiri, corsa in zona Rambla per un pranzo a base di paella e sangría (a meno che qualche conoscente in loco non gli abbia consigliato un ristorantino sul mare). Segue Museo Picasso, che a Montjuïc meglio dedicare tutta la mattina dopo. Infine, cena a base di tapas e a letto relativamente presto, che domani bisogna farsi tutti gli altri musei. Senza trascurare la nightlife barcellonese (definita proprio così, magari col trattino). Non si sa come, i suoi elaborati itinerari prevedono sempre l’attraversamento del micidiale tunnel della metro di Gràcia Al terzo giorno lo mandate da solo al Parc Güell sperando che non sappia più tornare, o se lo mangino le salamandre;

06) l’anima romantica: musei? Hai voglia. Ma quello che vuole vedere davvero è la gente per strada, e la sua macchina fotografica, se è possibile, supera quella del superorganizzato. Si fermerà ogni 2-3 minuti ad annotare impressioni sulla Moleskine, finché, esaurita la Pilot, non dovrà comprarsi una volgare Bic. Troverà qualcosa di tipico e poetico pure in Plaza Tripi alle 2 di notte del sabato, tra ubriachi che vomitano negli angoli e spacciatori (ovviamente la segnerà come Plaça George Orwell, e insisterà nel fare la ç catalana). Le tapas? Scontate. E la paella, si sa, è valenciana. D’altronde anche a tavola vuole vivere come quelli di qua, quindi finirete in un forno a Hostafrancs a fare un tipico spuntino catalano: empanadas argentine e pizza al taglio;

05) quelli che… è meglio giù da noi. Ok, in questo caso ho più esperienza coi miei compaesani, che quando si mettono a glorificare Napoli possono diventare davvero molesti. Se viaggiano in coppia, di solito lui è quello simpatico e goliardico, addetto alle public relations [sic], e lei, spesso carina e rigorosamente vestita di scuro, gli fa da spalla finché non si tratta di ballare (e se è un ballo di gruppo, si metterà al centro per non fare figuracce). Barcellona è “bella e pulita”, e “a misura d’uomo”, ma non ci vivrebbero mai. Il flamenco va bene per una sera, ma non lo ascolterebbero sempre. Perché pisciano per strada, questi, i bagni non ce li hanno? Segue critica dei vestiti colorati, scambiando il daltonismo per tossicodipendenza. Potrebbero girarsi a ogni coppia gay mano nella mano, magari commentando: “Io non ho nulla contro i gay, ma non mi piacciono quelli che ostentano“. Pretenderanno di mangiare pasta al dente nel Gotico e diranno che la paella in fondo somiglia al risotto alla pescatora. Con la giusta dose di sangria in corpo potrebbero confessare al cameriere, rigorosamente latinamericano, che il catalano è tale e quale al dialetto del paese del loro nonno;
sangria

04) quello che sa. Pericolosa variante, generalmente maschile, di quelli di cui sopra. In paese è quello un po’ “originale” e ha viaggiato più della media dei suoi compaesani, dunque conosce il mondo. Veste informale, per essere italiano, e sfoggia continuamente le due parole d’inglese che ne facevano il primo della classe allo scientifico. Segretamente gli mancherà la pasta il secondo giorno, ma ostenterà noncuranza e insisterà per andare a mangiare sushi, mettendoci ben 5 minuti a desistere con le bacchette. Poi farà il simpatico con le coinquiline di chi lo ospita: se nordiche, dichiarerà che le bionde hanno una bellezza speciale, se latine, che è meglio la bellezza mediterranea (pazienza se in Colombia c’è l’Oceano). Al pub irlandese, tra camerieri scozzesi e clienti americani, si farà un punto d’onore di ordinare la Guinness;

03) il popolo della notte. Questi per fortuna li ho incrociati raramente, perché non aspiro granché a frequentare Vila Olímpica a botta di 20 euro e oltre per entrare in un locale (con loro non si riesce mai ad arrivare all’Opium coi pass gratis prima delle 2). E se, arresisi, faranno il giro dei localini squallor intorno al porto, ancora peggio. Se uomini, viaggeranno in 2 con una collezione di camicie tinta unita per ammaliare le nordiche, salvo metterti una mano sul fianco quando vedono che le danesi non se li filano. Se donne si slogheranno sul tacco 12 nella speranza di sfogare certe loro esigenze che in paese, a parte gli incontri in chat, non tanto possono soddisfare. Di queste ultime conosco solo le terrone come me, che in mancanza dei consueti fischi e sguardi malati di fronte alla mini inguinale dichiareranno che i catalani so’ fridde ‘e chiammata. All’uscita dalla discoteca pretenderanno il cornetto, e non si rassegneranno all’idea che i pakibeer al massimo offrano le samosas, appetitose frittelle di verdure che nascondono nei tombini in strada;

02) aspirante punkabbestia: è la quarta-quinta volta che torna a Barcellona. Le altre ha dormito nei migliori centri sociali, che chiama correttamente casas de okupa, poco prima che li sgomberassero. In quelle occasioni non ha imparato granché lo spagnolo, ma non lo sa. Ha uno zaino formato paracadute e vestiti neri e “pratici” che al secondo giorno puzzano di canna. Se ha tempo si fa fare gratis da un’amica quella che chiamo la capa a mohicano, un must tra i colleghi perroflautas barcellonesi insieme alla frangetta a metà fronte. Trova sempre il modo di mangiare gratis, anche fosse rosicare radici in qualche huerta popular tenuta da amici suoi, una categoria che sembra non estinguersi mai e che vanta viaggi spettacolari tra Tibet e Indonesia (quella non turistica, però). Non necessitando di ospitalità, ti verrà a lasciare lo zaino prima di andare a un concerto punk in una casa de okupa a 20 fermate di metro, per poi bussarti alle 4 per riprenderselo, perché il concerto non era granché (leggi “non c’era proprio”);

… and the winner is…

01) l’ex Erasmus. Di solito è un uomo. Il riferimento all’Erasmus è indicativo, in ogni caso ha vissuto qualche tempo a Barcellona, in un passato più o meno remoto, frequentando peraltro gli stessi luoghi dell’aspirante guiri. Nonostante le sue domande “esperte” (Qual è la programmazione del Razzmatazz? Ah, ricordo ai miei tempi…), pretende che le cose stiano esattamente come le ha lasciate, che quel baretto arabo vicino alla Rambla serva i migliori dolci (poco importa se l’hanno chiuso) e che le ragazze che incrocia agli eventi gratis che trova nella Guía del Ocio cartacea (vagli a spiegare che ora esiste butxaca.com) abbiano con lui quella giocosa attitudine Erasmus che le rendeva disponibili a fornire il proprio numero, e rispondere pure al telefono. A fine serata si cimenterà in una strenua trattativa coi paki di Rambla Raval per avere la sexybeer a meno di un euro, perché “ai suoi tempi costava meno”.

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