tofuLo so che non state più nella pelle perché si avvicina Sanremo.

E allora prendo spunto da una delle canzoni per cui ho più tifato in questa kermesse così originale e innovativa (ovviamente arrivata sedicesima):

Ho sempre pensato
Quando avrò questo sarò saziato
Ma poi avevo questo …ed era lo stesso
Ho sempre pensato
Troverò il mare e sarò bagnato
Il mare ho trovato… ma nulla è cambiato… nulla

Vabbe’, ma quell’anno hanno vinto Lola Ponce e Anna Tatangelo, contestualizzate! La canzone mi è venuta in mente perché pensavo a una ragazza conosciuta in paese, che aveva il volto deturpato da una specie di cicatrice, non ho mai capito bene che fosse. Allora ero giovincella, e lei era ancora più giovane di me, quindi viveva in questo mondo di fiabe in cui, secondo lei, con un volto diverso la sua vita non è che sarebbe migliorata. Sarebbe stata perfetta.

Già si vedeva Johnny Depp sotto casa con un mazzo di fiori, il tempo di rispondere via sms a Bill Gates che sì, accettava quel lavoro milionario di compositrice di musichette Windows per l’accendimento e spegnimento del computer.

Era in buona compagnia. Pensavo a lei proprio perché facevo il conto di tutte le cicatrici, virtuali o reali, senza le quali le cose ci andrebbero benissimo.

L’amore di gioventù, impareggiabile, e tutto il resto è noia. Un problema di balbuzie. ‘Nu milione, o aneme d’ ‘o Priatorio. Poi si sa, se Steve Jobs fosse nato a Napoli

E nel mio caso, ovviamente, una mente complicaaata, così complessa e stramba che Freud alla terza seduta si sarebbe dato all’ippica (a meno che non somigliasse veramente a Viggo Mortensen, nel qual caso sarei guarita subito).

Ma ogni cicatrice è buona. Anzi, a un certo punto se sei a corto di problemi, circostanza rara, quasi quasi te li inventi, perché non riesci a immaginarti senza. Sono sicura che Viggo Freud, qui sopra, avrebbe la definizione perfetta di ciò che succede quando il tuo io si riconosce solo nel caos e nella precarietà, e quando glieli tolgono è come se gli mancasse il terreno sotto i piedi.

Io nel mio piccolo lo chiamo mondo tofu.

E spero che la ragazza della cicatrice, ovunque lei sia, abbia trovato il mago del bisturi capace di rimuovergliela. Non sono di quelli che “meglio così, altrimenti ci rimane male”. No. Che esca dalla clinica e scopra col suo nuovo volto che il mondo non è rosa.

È generalmente insapore, come un pezzo di tofu.

E come mi ha spiegato un amico vegano, il tofu di per sé non sa di niente, sei tu che devi insaporirlo, cucinandolo bene. Purtroppo, altro che Carlo Cracco! C’è da lavorare molto e, soprattutto, con costanza. È la costanza che ammazza. Il passettino al giorno, quando va bene, per anni interi. Se Voltaire avesse mai preso la zappa in mano si sarebbe reso conto di cosa significasse coltivare il proprio orto.

Mo’ è inutile che io faccia la sborona, che la zappa l’avrò presa tre volte e non scriverò mai Candide. In compenso ho scoperto che sta storia del mondo tofu la sospettiamo, ma preferiamo tenerci le cicatrici anche quando scompaiono.

Eppure… Immaginate se qualcun altro, finalmente, decidesse di lasciare la sapiente arte d’intossicarsi la vita, che la vita per quello non ha bisogno d’aiuto, e sapesse già che là fuori, anche coi denti dritti o i soldi in tasca (benché aiutino), non è esattamente l’Eldorado.

Magari, dopo il primo momento di panico, e diversi fegati nuovi più tardi (che quelli non sono mai troppi), le cose potrebbero cominciare perfino ad andargli bene.

Altrimenti c’è sempre Sanremo.

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