da affaritaliani.it

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Improvviso queste righe dopo aver letto la rabbia degli amici rimasti a Napoli, dopo il crollo a Riviera di Chiaia e la Città della Scienza in fiamme.

Due sciagure in un giorno sono troppe, per una città che in genere uccide col contagocce. Infatti leggo tanta disperazione e, soprattutto, rinnovati propositi di seguire il famoso consiglio di Don Eduardo: fuitevenne ‘a Napule.

Ma non così.

Lo so, sono cose che si dicono nella rabbia del momento. Ma se ci pensavate da tempo, non sia la rabbia a muovervi.

Rischiereste di ricominciare non una volta, ma tante. Tante quante ne servano a sbollirla, la rabbia, e magari di più.

È quello che è successo a me, partita a 22 anni. 10 anni fa. Rispetto a tanti di voi è stato pure facile, il dolore di lasciarmi le cose dietro non l’ho mai sentito. La paura sì, quella c’è sempre. Ma intuivo che le cose davvero importanti me le sarei portate appresso senza passare per il check-in.

Ognuno si crea il suo mito di fondazione. Sento chi resta dire spesso che lo fa per non arrendersi, che bisogna lottare per cambiare le cose. Lo capisco. Un motivo edificante aiuta a prendere decisioni amare, specie se è autentico. Ma mi chiedo spesso in quanti ci provino davvero, a “cambiare le cose” prima di trovare lavoro grazie agli amici di papà. E se qualcuno, tra quelli che lo dicono, non lo faccia in realtà per paura di annullarsi, di passare da un paesino soffocante a un vasto mondo indifferente, in cui devi pure imparare ad azionare una lavatrice.

Pure chi parte, ovviamente, si sente coraggioso. Ricominciare daccapo non è cosa da niente. D’altronde tra gli esuli volontari trovo spesso un misto d’insoddisfazione che credevano di compensare cambiando indirizzo. Magari hanno pure fatto il classico, e non ricordano che, come diceva il poeta, te stesso lo porti ovunque.

E il rischio è scoprire che vivere altrove non è l’Eldorado, e ritrovarti 10 anni dopo a chiederti se ne sia valsa davvero la pena, per un lavoro che spesso non era quello che cercavi, e una serie di errori che potevi fare anche in Italia.

Per me il problema non si pone. Ripeto spesso che ormai l’Italia mi sembra una forma mentis dai confini liquidi, che ne trovo più qui a Barcellona che quando torno in paese. E poi le do il mio voto, senza chiederle lavoro.

Ma capisco che non è così per tutti, e la geografia non è un’opinione.

Qualsiasi decisione prendiate, però, che sia per convinzione e non per rabbia.

Vi lascio con un bel brano che ho appena letto:

Stare sul mare tra Olbia e Genova, aggrappata alla ringhiera appiccicosa di salsedine del ponte della Tirrenia, la fece sentire forte, adulta, quasi libera, senza quell’ombra negli occhi che spesso conservava per tutta la vita chi emigrava forzatamente per mangiare, gente per nulla ansiosa di battesimi in cui fosse possibile scegliersi il nome da soli.
Michela Murgia, Accabadora

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