paqui
Ho rotto le scatole finché non siamo arrivati al centro Sant Pere Apòstol: aggia sape’!

Ma la fumata bianca c’è appena stata, mi si diceva, e poi che te frega? Come, che me frega? Il primo papa della Cia, il primo di CL: sono cose che si devono sapere. E poi, vuoi mettere il momento storico?

Grande esordio, per la mia prima riunione Altraitalia: in quel covo di mangiabambini atei il mio agnosticismo pop esordisce con me che mi pianto davanti a uno schermo, insieme agli utenti catalani del centro, per vedere chi è questo.

Come si diceva l’altra volta, erano state ore di attesa . Non poco dolorose. Nelle quali, tra fossi scansati che poi mandano e-mail chilometriche per farti tornare indietro a inzaccherarti, e la constatazione definitiva che la crisi ha fatto dei nostri 30 anni un’eterna adolescenza, mi sono ritrovata a ripensare a una di quelle frasi che ricorderà la generazione Smemo, che si scrivevano tra le pagine odorose di salatini mentre la prof. interrogava in Latino:

se io amo lei, lei ama lui, e lui ama un’altra, fermate il mondo, voglio scendere.

No, un momento. Questa laurea in Lettere a qualcosa mi dovrà pur servire. E allora dirò che mio malgrado, mentre i papa boys pregavano in Piazza San Pietro, ho pensato di nuovo a quella citazione di Calvino sul castello di Atlante. Quello dell’Orlando Furioso, in cui si perdono tutti i cavalieri a inseguire l’ombra (e solo quella) dell’oggetto dei loro desideri: se non sbaglio, Bradamante cerca Ruggiero, Ruggiero Angelica, e così via. E sono 10 anni che mi colpisce e commuove il commento di Calvino su quel “vortice di nulla” che sono le illusioni:

Atlante ha dato forma al regno dell’illusione; se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo

E con buona pace di Trainspotting, io avrei scelto la vita.

Così me ne stavo lì in quel centro civico a sentir annunciare in catalano chi era il nuovo presidente del consiglio italiano. Il papa, scusate, il nuovo papa.

E chi guardava con me, senza aver mai scritto frasi sulla Smemo, ora aveva qualche difficoltà col latino.
Io ci sono cascata: Bergoglio in effetti è un cognome italiano. Ma dovevo ricordarmi che quando i cognomi sembrano italiani, ma non li ho mai sentiti (mitico Buonanotte, nella liga spagnola), in realtà sono italiani d’oltreoceano. Argentini.

I miei colleghi altritalioti, esperti, cominciavano invece a chiedersi cosa pensasse Don Francisco del señor Videla, senza sapere di toccare un nervo scoperto. Il mio pensiero, come sempre in questi casi, va a Juan Diego Botto, il mio attore ispanoargentino preferito, che non a caso vi propongo mentre parla di Hamlet: lasciò il paese a 3 anni, figlio di un desaparecido. Quando Videla fu condannato all’ergastolo per i figli dei desaparecidos, tutti sul suo Twitter a festeggiare.

Però mi è piaciuto il nome, Francesco. Divertente che scrivessero “Francesc” in sovraimpressione, e dopo un po’ cancellassero per piazzarci la mazzarella, Francesc I. Fa un po’ turista, lo straniero che viene e si chiede quali santi siano più amati in Italia. Come se mi facessero papessa negli USA e come nome scegliessi Rose Parks, per far vedere che la storia la so. Ma davvero, bella mossa. Francesco sta simpatico un po’ a tutti, fratello sole, sorella luna.

E infatti, per gli astanti che informavano i nuovi arrivati, già era diventato Paco. O meglio, el Paqui. Che Francisco diventi Paco in spagnolo, oltre a essere il più grande deterrente per chiamare così mio figlio, è un mistero della fede. Un po’ come Domenico che diventa Mimmo. Perché, mio Dio, perché?

Francesco I, affacciandosi, non se lo è chiesto. In realtà non ha parlato per un bel po’. Ricordo il ciuffo di Ratzi, perfettamente a suo agio tra la folla e ben più bardato, quando venne scelto. Questo pareva mio nonno, di bianco vestito, emozionato e muto.

Poi è successa una cosa strana. Ha cominciato a parlare in italiano e io, per ridere, improvvisavo una traduzione simultanea in catalano coi presenti.

Com sabeu, el conclau ha de triar el bisbe de Roma…

Improvvisamente, il telecronista ha coperto la voce del papa. Ma come? Sta facendo il primo discorso. È pure in italiano… Ah, già, non sono in Italia. E capirei solo io. È stato uno di quei momenti di alienazione che capitano agli italiani all’estero, quell’istante in cui devi ricordarti in fretta chi sei e dove ti trovi per non impazzire del tutto. Per sdrammatizzare allora mi son detta che il cronista fosse un po’ sorpreso e arrabbiato dal fatto che il primo discorso del papa non fosse in catalano. Se perfino Colombo era catalano…!

– Maria, ti espelliamo alla prima riunione! Vieni, che cominciamo.

Arrivo, arrivo.

E resto sempre con quel dubbio.

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