da alqamah.it

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Lo sapevo solo io. Non avevo capito che Massimo Carlotto proprio non ci veniva più, alla Libreria Le Nuvole. Avevo pure letto il messaggio della disdetta per motivi familiari, ma per un diabolico intreccio d’informazioni avevo capito che magari non oggi che è Sant Jordi (e non era proprio previsto), ma almeno ieri sera avrebbe presentato il nuovo libro.

Ovviamente, che mi sbagliassi l’ho scoperto in metro, a biglietto già vidimato. La T10. La prima volta che la comprai credo non arrivasse a 7 euro. L’ho ripresa l’autunno scorso, dopo una lunga pausa, e poco ci mancava che la macchina m’ingoiasse la 10 euro intera, senza ruttarmi manco un nichelino di resto.

Che fare? Ormai mi ero truccata e imparruccata, un’altra linea del romanzo da recensire (una storia di lupi mannari) mi avrebbe fatta ululare che manco in Frankenstein Junior… Sono scesa a Gràcia, almeno 10 minuti a piedi risparmiati. Ho pensato di allungarmi verso Plaça Catalunya e cercare di capire come vorrei vestire la nuova me.

Infatti, come da tre anni a questa parte, cambio di nuovo. Dentro e fuori. Mi attivo tanto, ho deciso di provarci davvero, a fare solo quello che mi piace. In politica, nel lavoro. La carne mi fa quasi schifo, ormai, anche se ancora non sputo la fetta di prosciutto se me la trovo per sbaglio nel tramezzino. E mentre la nuova parrucchiera mi toglieva per sempre la tintura platino che mi faceva chiamare Shakira dagli ubriachi, la radio dava Common People, e a me veniva da ridere.

E poi ho scoperto che rispondo. A cosa? Ieri, alla visione dell’anziano vicino che mi ha adottata e mi ha fatto perfino il letto in cui dormo, e in quel momento camminava bassino e magro, col barbone, circondato da due ragazzoni della Guardia urbana. Ma a passi lenti, come se stesse passeggiando con loro tra i turisti di Portal de l’Àngel, in direzione opposta al negozio di scarpe che puntavo io. Nella busta a tracolla, di quelle di stoffa per la spesa ecosostenibile, le lattine di coca trasformate in ceneriera che vende seduto a terra, su Portaferrissa.

E allora mi sono girata. Non era scontato che lo facessi. Da tempo mi ero un po’ stancata, di queste adozioni tra vicini, del paternalismo che accompagna l’affetto per una straniera biondiccia che vive sola nel Raval. E qualche volta mi sono data per occupata quando non lo ero poi così tanto.

Ma sono tornata indietro. Il ragazzo è stato gentile, è un affare del signore, non posso dirglielo per la sua privacy. Me l’ha detto il diretto interessato, nel suo inglese, e non ci ho capito molto, sorrideva il suo sorriso amaro e sdentato. Ha parlato di affitto, di soldi che non aveva per pagarlo, non ho capito se si riferisse a casa sua o all’autorizzazione per la bancarella. Possiamo proseguire tutti insieme, ha chiesto il ragazzo in spagnolo. Il collega dava informazioni a una turista. Posso aiutarti, ho ripetuto in inglese. No, grazie, Mariya, come mi chiama. Era una multa, l’avrebbe pagata.

Ah, già, i documenti sono a posto. Ha trovato una bella ragazza che se lo sposava gratis perché tra i loro passaporti non ci fosse più differenza.

È allontanandomi che ho capito che la matita per gli occhi non sarebbe arrivata intera, a casa. Non so manco perché. Forse per la visione del vecchietto circondato da ragazzi alti che non parlavano la sua lingua, ma era lui a stare nel loro paese. Che per vendere le sue lattine non ha l’autorizzazione, e la legge è quella. Ma… Ma.

Vediamo ste scarpe.

Niente, le più belle erano fatte di finto sughero. Rovistando tra sciarpe e borse ho ripensato a Piero che al Parc de la Ciutadella, domenica, alla Fiera della Terra, mi ha messo in mano la prima tammorra in 32 anni.

– Non la so suonare – ho confessato.

– Impugnala così, e non pensare alla tecnica, comincia a prenderci confidenza.

Così ho fatto, e così facevo, ieri, con me. Prendevo confidenza, cercandomi tra gonne di finto chiffon e maglie al 30% al Corte Inglès. Non mi sono trovata, perché ovviamente non ero lì.

E neanche sull’altalena della foto che ho messo su facebook, un’altalena di 30 anni fa che sarà finita arrugginita in soffitta. La stessa faccia e lo stesso sorriso, ha detto uno. Cos’è che ho in comune con quella, cos’è che non cambia mai. Cosa…

Cosa ci trovate, in lei?, chiese una volta una tizia a un ragazzino che mi veniva a prendere. E lui disse qualcosa che ora ricordo come “Energia”,o giù di lì, e che visualizzo come un fuoco. O meglio, come una luce di quelle scoccianti d’estate, non so se di un lampione o un falò, che se ti ci avvicini troppo ti scotti, ma alla giusta distanza non sono male.

Ecco. Spero di trovarmi lì.

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