teardropLa prima notizia che so di me risale al 23 novembre dell’80. Per la serie, il buongiorno si vede dal mattino.

Ed è un silenzio.

Mia madre era accorsa nella campagna di fronte casa con tutta la famiglia, alle prime avvisaglie di terremoto, e mettendosi la mano sulla pancia, che mi avrebbe contenuta per altri 3 mesi, non mi sentiva più. Secondo me mi stavo incazzando tipo il sabato sera quando vivevo a Joaquim Costa, una delle vie più affollate del Raval, e quasi quasi lanciavo anch’io il secchio d’acqua sporca ai turisti ubriachi.

Vatti a fidare, dovevo pensare. Fino a cinque minuti fa il patto era che questa qui fuori che beve tutta sta camomilla si muoveva, e la terra restava ferma. Mo’ la terra trema e questa corre.

Dovevo essere molto indignata. O un po’ spaventata, più probabile.

Sarà per questo che una parte di me lì è rimasta, accucciata da qualche parte della mia, di pancia, e si esprime solo se ti ci metti d’impegno (con terribili borborigmi, se è il caso). Quando non so bene che fare… no, non vado dove mi porta il cuore, banalotti, ma mi siedo da una parte e cerco di sentire la ciaccara spaventata che non si muove da allora. Le dico oh, manifestati, esprimiti. Che vogliamo fare?

Oggi, per esempio, non la sentivo. Sarà che avevo la nausea e un appuntamento importante con l’editore del libro, e il quadretto più allettante che mi si prospettava ero io che gli vomitavo addosso sporcando anche le lettere dei soldati, che le stampe costano pure care e non mi anticipano una ceppa.

Allora, sulla porta del bagno, ho capito che sarebbe stato il momento decisivo. Piede a destra, faccio la doccia e banzai. Piede a sinistra, mi schiaffo sull’amaca e mi piango addosso, cercando eventualmente di centrare la gatta bastarda in caso di conati.

Un momento, davvero.

Per fortuna, quello giusto (la ciaccara è cresciuta negli anni ’80, che vi aspettavate, pubblicità intelligenti?).

Asciugandomi col telo gigante, ancor prima di presentarmi all’appuntamento con mezz’ora d’anticipo (scusi ma non mi sento bene, possiamo parlare adesso?) mi sono detta che con un po’ di pazienza mia madre mi avrebbe sentita, anche dopo il peggio terremoto.

Spaventata, incapace di capire cosa stesse succedendo, e perché proprio a lei.

Ma sempre lì.

(Una ninna-nanna)

(Un’altra)

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