MCDTROY EC086Avviso: quest’articolo è solo un flusso di coscienza su un argomento che mi è piuttosto caro, e che, esposto al mio migliore amico, mi ha già guadagnato un: “Ma a che stavano pensando, i tuoi, quando ti hanno fatta?”.

Chissà. Resta il fatto che da un po’ rifletto su tutte quelle storie in cui un personaggio dotato di poteri sovrumani si trasforma in essere umano per libera scelta. Nel supermercato postmoderno che compone il mio bagaglio culturale, questa riflessione spazia dal Cristo cattolico alle sirenette da manga giapponese.

Grandi assenti, i protagonisti della mitologia greca, perché non me ne viene in mente nessuno che perdesse la condizione divina, almeno per sua volontà: al massimo la Sibilla turlupinata da Apollo che gli chiede l’immortalità, ma si scorda di pretendere pure l’eterna giovinezza, e a domanda “Cosa vuoi” risponde invariabilmente “Voglio muri'” (no, perché con buona pace di Petronio, la Sibilla Cumana che parla latino non ce la vedo manco 2000 anni fa).

La tematica della morte, in realtà, mi avvicina a un altro personaggio deturpato dall’era pop: il Pelide Achille in versione hollywoodiana. Quello che di Patroclo è solo cugino ed è innamorato di Briseide, a cui confessa un grande segreto: gli dei sono invidiosi degli esseri umani, proprio perché questi ultimi muoiono. Quindi ogni istante della loro vita è importante.

Lo so, diabete che si spreca quanto la tintura bionda in testa a Brad Pitt. Ma anche un indizio per rispondere al mio interrogativo: perché un personaggio non umano vorrebbe farsi uomo? In genere è per amore, di una persona in particolare (la Sirenetta) o dell’intero genere umano (ve lo devo proprio nominare? Stendete le braccia e incrociate i piedi…). O, se spodestato dal suo “habitat” naturale, per essere riconosciuto e accettato tra gli umani. Come il Pinocchio diventato bimbo secchione che però “era proprio un bel burattino”, sospira la fata, o addirittura la streghetta Lalabel, spodestata dal Paese della Magia, che alla fine decide di rimanere sulla terra. Ricordo l’ultima scena del cartone: lei che si arrampica su un pendio e qualcuno che le grida tipo “Attenta a non cadere!”. In effetti, pensavo, non c’è nessun potere magico a impedirglielo. E il solo pensiero mi dava il latte alle ginocchia.

Evidentemente, già da allora peccavo di ubris, il famoso peccato mortale in salsa greca che nei libri del liceo, sempre aggiornatissimi, si traduceva con tracotanza e si leggeva quando la fai fuori dal vaso.

In effetti, come molti esseri umani mi sono atteggiata un po’ a semidea, standomene nel mio imperturbabile Iperuranio, convinta che a non immischiarmi con gli umani sentimenti, in qualche modo strano ne avrei evitato dolori e disgrazie. A costo di privarmi anche delle cose più belle, ma noialtri dei minori di questo non ci accorgiamo subito. Come potremmo? Quando afferriamo questo risibile scettro non abbiamo né l’età né la lucidità per capire cosa stiamo facendo.

Anche perché, insomma, sentirci dire che per diventare umano Dio ha dovuto “abbracciare una croce” non era proprio il massimo dell’incoraggiamento. Tanto vale crederci superiori alle umane disgrazie.

Finché un giorno (ma in genere accade in due, tre, tremila), non ci accorgiamo che l’Iperuranio un po’ scoccia. Che il trono di cartapesta è scomodo, che il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino e aggiungete banalità a piacere.

Allora scendiamo in terra a cominciare un lungo, difficile lavoro: essere degni di essere umani. Noi, ultimi arrivati. Degni della nostra imperfezione, della nostra impotenza. Della vigliaccheria.

Della bellezza che sappiamo creare nonostante tutto questo.

È un training lungo e difficile, come quelle ricerche in archivio che possono durare mesi senza sapere se stai sulla pista giusta.

Forse ce ne accorgiamo solo quando ci ritroviamo a soffrire. Non per la sofferenza in sé, quella è inutile, a proposito di miti da sfatare.

Ma perché allora significa che dei sentimenti ce li abbiamo, e cominciamo a farci anche una vita. Imperfetta e destinata a finire. Ma una vita, bella grassa nelle nostre mani. E se siamo capace di soffrirne, prima o poi impariamo anche a godercela.

Ebbene, questa gioia che già intravedo, precaria e difficile, vale tutto il tracotante Iperuranio che tra fulmini e troni di cartapesta non è in grado di darci neanche la libertà di piangere.

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