requiemperunagattaNon aveva neanche un nome, questa cosa fondamentale per la mia specie, che per la sua si risolve con un grido riconoscibile. Il mio partiva sulla soglia della mia stanza, quando provava a sgattaiolarci dentro perché me la ritrovassi improvvisamente sotto al letto, a giocare con strani palloncini di cui m’ero scordata l’esistenza.

Ma era lei che possedeva me, nonostante il collarino che i “legittimi proprietari”, altro equivoco della mia specie, le avevano imposto da qualche tempo.

Veniva ogni tanto, poi spariva, poi tornava improvvisamente e non se ne andava più. È stata presa in braccio dal vincitore del Gaudí di quest’anno, un ex militante antifranchista che per lei era solo un pantalone nero su cui strofinarsi lasciando peli grigi.

E peli grigi si lascia dietro, insieme ad altri resti quantomai prosaici.

– Guarda là – mi fa il proprietario, sul terrazzo comune dell’edificio – io non ci credo che sia volata sei piani per un incidente. Evidentemente, mentre la uccidevano se l’è fatta addosso.

Ci sono versioni diverse. La signora del primo piano dice che era sfracellata al suolo, hanno dovuto chiamare quelli del comune a portarla via. I “legittimi proprietari” spiegano che è stata messa davanti alla loro porta, agonizzante, alle 7 del mattino. Pure il bambino del piano di sotto, quello che parla perfettamente spagnolo e arabo, sapeva che era morta, forse l’ha vista. È lo stesso che mi ha detto “Quello che comanda in questo palazzo ha cambiato la serratura del terrazzo comune e le chiavi le ha solo lui”.

Siamo al sicuro, bambino del terzo piano? E tu non dormi solo, come me, accanto a questo terrazzo comune che si scavalca con un salto.

Ma si parlava della gatta.

Che anche nelle mie notti da Llorona dei suoi ultimi 40 giorni mi guardava a distanza, col rispetto degli animali che sanno che uno di un’altra specie che non sta bene va lasciato in pace. Ai miei suoni sopiti e laceranti ricambiava coi suoi, a tutte le ore sotto la mia finestra, un lamentoso fammi entrare a cui non rispondevo neanche più nella sua lingua, ma nella mia imprestata: “Basta ya, calla!“.

Lei stava zitta solo sotto la mia amaca, che ogni tanto mi sembrava puzzare di piscio, mentre leggevo gli eterni libri di psicologia, antropologia e divulgazione d’accatto che prendo per capire un po’ chi sono e che farci con la mia vita. Senza accorgermi che le risposte erano tutte là sotto, nei suoi occhi grigi che mi osservavano ironici mangiare cose che non si sarebbe mai sognata di assaggiare, passare le ore davanti a una scatoletta nera non commestibile col sole che c’era, accoppiarmi con difficoltà e patemi d’animo e senza mai procreare.

E quella forza che secondo psicanalisti, antropologi, sensitivi, scienziati, ci guida istintivamente con sapienza ancestrale, conoscendo il cammino o intuendolo con facilità, quello che si chiama istinto o anima a seconda del grado di poesia, per me aveva ormai i suoi occhi.

Ed è tutto quello che le posso dare, e che lei mi può dare ancora.

Ho deciso che, per quanto sta in me, io sarò la gatta. La que sabe, quella che non sta zitta, che prende notte e giorno come vengono e finché c’è da mangiare non si lamenta mai.

Quella che sa che tutte queste cose sono molto più importanti di un nome.

Nomina nuda tenemus.

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