la finestra di fronteUn pomeriggio degli anni ’60, in un paese vicino Napoli che si atteggiava un po’ a città, una bambina aspettava seminascosta sulla soglia del suo portone. Era una bimba sana e bruna, sarebbe diventata una bella ragazza, avrebbe sposato un uomo buono e un po’ eccentrico e avrebbe fatto tutto bene nella vita, tranne sua figlia. Era educata e tranquilla, con le sue curiosità di bimba, ma senza conoscere l’inglese, che ai tempi a scuola si studiava il francese, sapeva che curiosity killed the cat.

Quel pomeriggio, però, aspettava curiosa. Aspettava le vicine.

Erano signorine, un modo educato ai tempi per non dire zite. Già che vivessero senza un uomo vicino era strano. Ma la cosa più strana non era quella. Era un dettaglio impensabile che faceva girare la gente per strada, una cosa mai vista, forse qualche volta in televisione, ma nel mondo a colori mai.

Portavano i pantaloni.

E la bambina a volte si nascondeva apposta per osservare il prodigio.

Un pomeriggio degli anni ’10, ma del millennio successivo, sua figlia passava per una strada di una grande città europea, molto lontana dal paese. Era troppo bionda per essere sua figlia, ma somigliava troppo all’uomo buono ed eccentrico per non esserlo, quindi concludevate che si tingeva un po’ i capelli. Era “signorina” anche lei, per scelta, a volte sua e a volte di altri. Ma non amava i pantaloni, infatti aveva la gonna.

Passando tra un nugolo di ragazzini in monopattino, un po’ di fretta perché era diretta al cinema, riconobbe il suo piccolo vicino, quello che ogni tanto litigava con la mamma in una lingua tutta aspirata, ma poi parlava spagnolo come lei non avrebbe mai potuto. Il ragazzino la vide da lontano e le corse incontro, chiamandola per nome e mostrandosi orgoglioso di conoscerlo. Lei non fece in tempo a chiedersi come lo sapesse (non si erano mai presentati) che si ritrovò l’attenzione dei bambini.

– Sei italiana, vero? – fece una che già andava per i dodici e le aveva bussato una volta per chiederle le chiavi del terrazzo comune. – E ti chiami… – ripeté il nome.

– Sì, e tu?

– Rosa – fece la piccola marocchina, bella figliola.

Un bimbo filippino all’angolo fermò il monopattino.

– Sei italiana, quindi?
– Sì.
Buongiorno.

E lei allora ricordò come sapevano il suo nome. Degli ospiti, sulle scale, avevano chiesto di lei al bambino, che ci aveva messo un po’ e poi aveva detto “Ah, l’italiana!”.

Così scoprì di essere diventata l’italiana.

Si chiese allora se il bambino araboeuropeo lo incontrasse per caso, a volte, sulle scale, o si appostasse anche lui a osservare la vicina italiana che viveva senza un uomo in soffitta, vicino a un terrazzo di cui non aveva le chiavi.

Si chiese anche, a questo punto, se le chiavi non se le fosse procurate lui, le notti che sussultava spaventata nel sentire la porta del terrazzo aprirsi e nessuno entrare. E si domandò se non la sentisse pure emettere quei suoni strani che lui non doveva fare più da molti anni, da quando la mamma aveva cominciato a dirgli che era troppo un ometto per frignare come una signorina.

Se lo chiese un’ultima volta, curiosa, prima di entrare nel cinema.

Ma il film che vide, in inglese sottotitolato, non conteneva in nessun momento la frase curiosity killed the cat.

(un’italiana che vale gli appostamenti)