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Paco è il padrone di questa casa, che ora è mia.

Ma in realtà è ancora di Paco.

Me ne sono resa conto da quando la porta si è chiusa alle mie spalle l’ultima volta e mi sono ritrovata con 13 scatoloni da svuotare e l’improvvisa scoperta che per chissà quanto sarei rimasta solo io.

Eccomi quindi a occupare un angolino della casa di Paco, senza disturbarlo. Le sue madonne barocche (non in senso artistico, parlo dei gingilli che hanno addosso) sono rimaste sulle pareti. Come sono rimaste le sue pantofole di vecchio artritico che, siccome mi ha confessato che gli restava poco da vivere, a volte guardo dicendomi che potrebbero essere le pantofole di un morto, e non lo saprei.

Perché di Paco, dopo quella visita al notaio in cui mi ha dato il mazzo di chiavi come se fosse stata una sigaretta che gli avessi chiesto per strada, conosco solo le poche parole che abbiamo scambiato. La galanteria d’altri tempi con cui ha immediatamente assecondato l’agente immobiliare, quando gli ha chiesto se fossi bella. La tendenza un po’ fastidiosa a circondarsi di calendari di farmacie.

La gente che bussa, chiede ancora di lui. Per me bussano in pochi, anche perché pochi aspetto. Uno sembrava incazzato, aveva una voce straniera. “Paco?”. “No”. “Dov’è Paco?”, “Non vive più qui, ora ci vivo io”. “Vale, vale, adiós”. E io a chiedermi se avessi detto la verità.

Perché in realtà ho preso la stanza più piccola di casa di Paco, quella della Madonna più grande ma più dolce, con meno fronzoli, e ci ho fatto buttare un letto molto basso, che pomposamente chiamano tatami, e che è diventato il mio nuovo quartier generale, la mia vera casa.

E niente, vivo aspettando che casa di Paco diventi casa mia.

So che dovrei fare delle cose, perché succeda, svuotare gli scatoloni e progettare tutte le ristrutturazioni che i pochi visitatori suggeriscono dopo avermi chiesto “Ma stai qua tutta sola?”.

Sì.

E mentre mi ci abituo, a casa di Paco, aspetto come il ficus scoperto su uno dei balconi, quello che mi chiedevo quanto inaffiare e ogni quando, prima che cominciassero le piogge e si mettesse educato a prendere l’acqua che gli serve e a fare la sua vita, e rallegrare la mia le rare volte che mi affaccio a curiosare in strada.

È un bel ficus, mi spiace non avere un giardino per piantarlo bene. Sembra che non abbia bisogno di niente. Come faccio finta io da sempre.

Ma lui davvero.

http://www.youtube.com/watch?v=RgOFMqUoyN8

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