Prosaicamente, stavo in bagno.

Mi sono buttata in corridoio e mi sono ritrovata faccia a faccia con mia madre, a distanza sulla soglia della cucina, mentre gli uomini restavano nelle stanze di prima. Non avevo mai visto mia madre con la terra che le tremasse sotto i piedi.

Io: “Dobbiamo metterci sotto le porte? Come funzionava? … Ma andare in strada no?”.

Lei: “Tranquilla, la casa è forte. Ha resistito al terremoto dell’ ’80”.

Già. La formula magica che cacciamo a ogni terremoto, una specie di veto alla ciorta: eh, no, sei passata di qua nell’ ’80 e abbiamo resistito, ora che vuoi?

Poi mi sono ricordata che nell’ ’80 la distribuzione dello spazio tra me e mia madre era diversa, ma è una storia che ho già raccontato. Praticamente io le stavo nella pancia e non mi muovevo, indignata forse da tanto trambusto. Lei aveva 25 anni e aveva paura. Il vicino, nella campagna in cui si erano rifugiati, voleva farci riprendere a tutte e due con la camomilla.

Non so se è anche per quello che ogni tanto, da anni e anni, mi ritorna in mente un paradosso che mi ha già fruttato qualche occhiata perplessa: “Che succede se avverti una scossa di terremoto proprio durante una scossa di terremoto, ma la tua sensazione è sbagliata, nonostante la scossa sia vera?”.

Ci pensavo anche ieri mattina, e adesso mi diranno che porto seccia.

Ora credo di sapere cosa voglia dire: che succede se credi di amare quando dovresti farlo, ma non è vero? Se fingi di essere emozionata/contenta proprio quando dovresti esserlo? Se ti ritieni orgogliosa di aver raggiunto un traguardo a caso proprio nel momento in cui dovresti farlo, ma non è vero?

Questo scollamento tra vita e sensazioni mi è vacillato ieri insieme ai vetri dell’esile porta a cui mi appoggiavo ingenua.

Anche se in realtà proprio in quel momento non pensavo assolutamente a niente. Solo a dove andare per salvarmi e se resistere all’impulso innato di scappare. E poi a un rimpianto lontano, indefinito, di errori che non avevo ancora fatto, su cui mi trastullavo fino a qualche minuto prima.

Poi sono arrivate le telefonate, senza pensarci. Fatte, ricevute. Non c’è una logica, mi sono resa conto di non ricordare più chi fosse chi nel gioco di ruolo della vita: il tuo migliore amico, l’amica che deve venirti a trovare ma non è raggiungibile, l’eterno amore non corrisposto finito a tarallucci e auguri di Natale. E poi passi in rassegna chi invece sai al sicuro e ti dici che ti sarebbe spiaciuto crollare due piani con un lampadario nello stomaco senza dirsi manco auguri.

No, è come quando hai il raffreddore e non senti più i sapori che definiscono le singole pietanze. Capisci solo che è roba da mangiare e continui per fame. C’era quella pubblicità ridicola dei primi anni ’90, di qualche formaggio da banco frigo con fermenti lattici vivi.

“Lo voglio vivo”.

In quel momento è l’unica cosa che abbia senso. E l’ho pensata anche di me.

Perché è da un po’ che ho come la fantasia che mi stia “partorendo”, stia vivendo uno di quei momenti di rinascita che si manifestano con un cambio di capelli e gusti alimentari e in questo caso, guarda un po’, col raddoppio dei valori di prolattina nelle analisi.

Dopo questo, di terremoto, ho avuto la soddisfazione di accarezzarmela io, la pancia piatta.

Sì, c’ero ancora.

Annunci