taroluna
Il titolo alternativo era “Lo zen e l’arte del pane e puparuole”. Poi ho pensato che fosse un titolo poco serio, per una che sta per annunciare, a chi non abbia di meglio da leggere, che il blog è tornato, ma un po’ cambierà.

Perché è cambiata, e molto, l’autrice.

L’oscuramento era dovuto proprio a questo, in fondo, all’oscura notte dell’anima, come direbbe San Juan de la Cruz, che poco dopo il trasloco alla “mia” casa, a un passo dalla realizzazione di tutto ciò che volessi, mi ha trascinato via con un colpo di vento tutto il castello di carte che avevo costruito su chi fossi e cosa volessi fare.

Perché erano tutte bugie.

Quante bugie ci raccontiamo, per paura di essere delusi? Quante volte ci diciamo che va bene lavorare male purché si lavori, tenersi questa relazione anche se non siamo più innamorati, uscire con gli stessi amici di sempre per non ammettere che ormai siamo cresciuti e parliamo lingue diverse?

Mentirsi è facile: basta spegnere il filo invisibile che collega gli occhi alla pancia, e non vedere più di cosa abbiamo bisogno.

Finché una carta del castello di menzogne crolla, e allora ci ritroviamo a bocca aperta davanti a un tavolo pieno di carte, sparse in disordine.

E quel tavolo è la nostra vita.

Possiamo alzarci e costruire altri castelli, dare un calcio al tavolo o cominciare a farci cose utili, tipo preparare la cena e riflettere davvero su ciò che vogliamo.

Cos’è che vuoi, davvero, in questo momento? Proprio adesso. A parte andare in bagno, e chiedermi indietro i due minuti passati a leggere sta cosa.

Io, per esempio, adesso lo so. E non sono tutte cose che mi piaccia volere. Troppi bisogni, troppe smentite all’assioma “mi basto da sola”. Ma è buono a sapersi, meglio che far finta di niente e pagare il conto tutto insieme.

C’è una carta, nei tarocchi, che è la Luna. Non La Luuunaaaa Neeeraaa, quella l’ho cercata anch’io, ma non c’era negli Arcani Maggiori. I tarocchi non raccontano il futuro, raccontano storie. Anche su di noi, se le vogliamo vedere.

E questa carta parla di un viaggio, illuminato da una luna enorme accompagnata da latrati di cani e chele di molluschi, con due torri in lontananza e molta, molta strada da fare.

Come notte non è poi così oscura, ma ti ci perdi lo stesso. Il tratto più difficile è quello in cui si è troppo lontani dalla partenza per tornare indietro, ma c’è ancora molta strada da fare per arrivare da qualsiasi parte.

È allora che bisogna ascoltare quel brontolio nello stomaco che per una volta non ci dice solo che è passato un po’ dall’ultima birra, dall’ultima sigaretta, dall’ultima chiamata a chi è stat@ capace solo di farci mangiare bile.

Per una volta ci dice che ne vale la pena.

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