portaapertaPremessa: non voglio che questo blog, orgogliosamente inutile, diventi la brutta copia di un libro di self-help.

Né che si trasformi in un trattatello di psicologia spicciola, per quello basta essere gggentisti.

L’idea è: ho attraversato un brutto periodo, spero di aver imparato delle cose. E allora le condivido con voi, un po’ per catarsi, un po’ per illudermi che sta merda serva almeno a qualcosa per qualcuno, e un po’ addirittura per a… al… altruis… Insomma, avete capito.

Oggi volevo parlare delle incongruenze che capitano quando ormai vi siete messi in marcia e avete deciso di partire alla scoperta di voi stessi, della parte di voi che avete trascurato.

Bel passo, eh? Complimenti! Siete partiti all’avventura, alla ricerca di una nuova vita. E soprattutto, vi siete sbattuti la porta alle spall…

Ehm, no. Giratevi un attimo. La “porta”, riferito alla vita, è un po’ poco. In realtà le porte sono tante, e non si chiudono tutte insieme.

È questa la fregatura. Vogliamo cambiare, cioè essere noi stessi davvero (il paradosso della nostra ricerca, cambi per essere te), ma non funziona come lo schemino mentale che ci siamo fatti, non ci si lascia tutto alle spalle. Oddio, volendo è anche confortante. Qualcuno non cambia perché pensa, e poi gli amici? Mi riconosceranno? Gli piacerò? Devo per forza lasciare il mio compagno? Il mio lavoro è già tanto che l’abbia trovato, con sta crisi…

Tranquilli, per fortuna o purtroppo non vi chiuderete tutte le porte alle spalle. A volte, ma qui è proprio a botta di culo, potrete addirittura fare una selezione volontaria.

Ma certe porte, semplicemente, non si chiudono da sole perché non possono.

Io rifuggivo l’amore, sdegnosa. Ora lo chiamo il mio affronto a Venere. Che non è solo la zoccola del Pantheon, è quello che resta di una divinità molto più potente, e io non riderei tanto delle divinità, perché rappresentano sfaccettature del nostro spirito che difficilmente riconosceremmo senza metafore e simbolismi (l’ideale sarebbe farlo senza crociate, ma ci arriveremo). E Venere, con la sua notoria cazzimma, mi ha buttato a faccia in giù nell’amore più astruso possibile, roba che Freud si sarebbe dato fuoco trascinandosi con sé ventimila manuali su quanto l’amore vero sia solo quello corrisposto e che tipo di “complementarietà” ci debba essere con l’amato bene per incastrarsi a pennello (tranquilli che le coppie scoppiano uguale, quindi fate come cacchio vi pare e buonanotte al secchio).

Poi volevo una casa tutta per me. Qua Venere, continuando sul tema, lascia il testimone a Vesta, per la serie “ho fatto il classico”. Sembrerà più materialistica, come aspirazione, ma volevo un tetto sulla testa che fosse mio, in cui stare al sicuro per conto mio o, al massimo, con le persone che amassi (sempre gradito, si diceva, un riscontro da parte loro, ma vabbuo’). E per fare questo ho contravvenuto alla regola che mi ero imposta dall’ingresso all’età adulta: io, d’ora in poi, faccio tutto da me. E invece no, per come stanno le cose oggi ho accettato di dipendere dai miei. E per far contenti loro, che invero mi hanno dato carta bianca, ho preso la cosa “più conveniente”, secondo un mero calcolo matematico metri quadri/tempo perso a cercare/prezzo finale. Senza che il mio ventre, che sarebbe diventato la mia bussola solo dopo la catastrofe, mi dicesse una volta sola di essere giunta a destinazione, di aver trovato quello che cercassi. Ricordate la questione “ascoltarsi”? Non sapevo come farlo.

Me ne sono accorta dopo la catastrofe, appunto. Dopo aver dovuto ammettere che Venere mi aveva fregato, e sta casa è un cesso che ho amici che manco gratis ci vengono a vivere.

Ma che l’hai scelta a fare, mi chiedono ogni tanto. E pure in amore, come dice una saggia Natalie Portman (ma lei parla di corna, qui un lusso perché implicano almeno una relazione), c’è sempre un momento in cui ti puoi fermare, puoi dire ok, qui sono ancora in tempo. Perché non l’hai fatto?

Perché (vedi articolo precedente) ero talmente scollegata da me stessa che non sapevo neanche cosa volessi mangiare a pranzo e indossare per uscire di casa, figurarsi cosa volessi dall’amore e sotto che soffitto volessi svegliarmi.

Ma non v’illudete, ammettere gli errori non significa cancellarli. Non potreste smettere improvvisamente, mettiamo, di avere una casa. O di amare.

E se un amore non corrisposto e un cesso di casa sono tutto quello che la vita mi chiede per rimettermi in marcia, per riprendere il flusso con lei, mi è andata davvero di lusso. Ho mancato troppo nei suoi confronti, nei miei. È un prezzo che non pago volentieri, ma ci sta. A certa gente ci vuole un cancro per arrivare agli stessi risultati. E senza la sorte di una casa per sé. Certa gente non ci arriva mai.

Sono porte che non si chiudono subito e fanno male.

Ma sono mie, sono io, io sono anche questo.

E arrivare a essere anche le mie sconfitte è quanto di meglio sia riuscita a fare finora.

Voi farete ancora meglio: vi fermerete prima della catastrofe. Se no vi picchio.

Con affetto.

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