zainopesanteIn tempi molto recenti (ok, 10 minuti fa) stavo sul letto a litigare col Padreterno. Che confidenzialmente chiamo Madreterna e da agnostica inside ancora devo decidere se è il mio amico immaginario, se è un riflesso di me o se è proprio quella forza che permea di sé tutte le cose. Fatto sta che ci stavo intavolando un negoziato che manco Ban Ki Moon: “Di’ la verità, ti piace vedermi strisciare per terra a chiedere pietà? E ja’, mica sei così venale da volere davvero i fioretti, i voti? Che devo fare perché tu mi dia quello che voglio?”.

Non che ciò che volessi fosse sta gran novità, non ingannatevi, i problemi non si risolvono subito, specie se li affrontate come me. Che ovviamente mi sono esaurita, mi sono messa a piangere tipo bambino a cui hanno scassato il giocattolo preferito, e una volta rovinati trucco e fegato ho deciso: ok, allora mi carreo il problema.

Carriare è un gran verbo, affine a carry in inglese, ovviamente. Dà proprio l’idea plastica di sollevare la zavorra e mettertela addosso, tipo zaino. Tipo abbracciare la croce, ma meno splatter.

Oggi pomeriggio ho fatto la scopertona che lo zaino ce lo dobbiamo carriare, ma indossare, proprio, non una spalla sì e una no come l’Invicta alle medie.

Parafrasando Mademoiselle Chanel: trascinati dietro i problemi e allo specchio vedrai quelli. Indossali e vedrai te.

Perché ho fatto rivoltare a Coco nella tomba? Perché, giustappunto, fino a poco fa allo specchio vedevo solo il mio problema. Lo vedevo dappertutto, negli occhi infossati, nelle labbra contratte… Una volta che mi sono detta “Ok, ho questo problema, vabbuo’? E me lo porto appresso”, le cose sono cambiate. Ho rivisto me.

Funziona come il dolore dell’articolo precedente. Una volta “indossato” il problema, smetto di passare il tempo a negarlo, o a cercare invano una soluzione, e vedo che nella vita c’è altro. E magari allora, a mente libera, quella soluzione la trovo pure.

Questo farebbe di me una sfigata passiva e fatalista? Uff, ma perché non capite che l’accettazione è tutt’altro? Forse perché non lo capisco manco io, e che sta parola, accettazione, la schifo troppo. In barba a tutti i maestri spirituali di sta ceppa.

Ma so che vuol dire una cosa diversa da quella che m’immagino, dalla rassegnazione: l’idea è riconoscere di avere il problema, di non avere una soluzione e decidere di portarselo appresso come uno zaino, di essere noi + il problema prima che il problema diventi noi. E noi siamo più grandi del nostro zaino, vero? Magari aiuta anche esaminarne il contenuto, vedere se c’è un indizio per la soluzione, qualcosa che ci può servire per il futuro (a volte un cazzo, ma è difficile che qualcosa nella vita non insegni proprio un cazzo).

Sappiamo benissimo che camminare zaino in spalla è una faticaccia, ma può essere utile. Una volta apertolo, osservato il contenuto, fatto una cernita, esserci liberati di quanto non ci serve, diventa un bagaglio invisibile, di cui un giorno lontano, quando ormai ci avremo lasciato solo le cose utili, potremmo perfino essere contenti.

Continuate a leggere. Zaino in spalla, però.

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