agorafobiaSe arrivate a chiedervelo, ormai state a cavallo.

Io ho cominciato ieri, tornando a casa da incombenze necessarie. Ho dedicato gli ultimi mesi, la parte libera da impegni di studio e lavoro, al recupero, e adesso che non è più un tarlo quotidiano, qualcosa con cui lottare come l’insonnia o l’inappetenza, la domanda esce prepotente, tra i turisti che corrono senza ombrello verso la Rambla.

E ora?

A problema quasi risolto, a crisi quasi passata, a conti fatti e debiti rimessi, ci troviamo soli con la nostra nuova vita, e ci chiediamo cosa farne.

Siamo preda di quell’horror vacui di chi in condizioni normali non “funziona” senz’ansia, figurarsi dopo un momento difficile.

Perché in questa nuova vita ci siamo entrati attraverso la via stretta della crisi, e ora che siamo “venuti alla luce”, non sappiamo che farcene, di tanta aria.

E quasi quasi preferiamo rifugiarci nel conforto conosciuto del dolore, piuttosto che doverci inventare un’esistenza nuova, il cui solo pensiero ci immerge in un panico che sfoghiamo in modi diversi.

Non vi fermate un secondo, avete quasi paura di ritrovarvi da soli con voi stessi? È panico. Appena un bell’uomo vi guarda per strada, telefonate al vostro ex? Panico. Ripassate mentalmente i motivi che avreste per non starvene lì a godervi la ritrovata serenità? Panico panico panico.

Niente dà più panico di una vita serena, che però potrebbe tornare a rovinarsi. Specie se pensiamo che del suo esito una parte non dipende in nessun modo da noi, e l’altra è totalmente responsabilità nostra.

Roba da diventare fatalisti e rifugiarsi nel dolore, accusando un destino che fa sempre comodo da portarsi dietro come scusa per tutte le cose.

E allora che si fa?

Ancora una volta, si fa come i bambini.

Si impara a gattonare, a sgambettare.

C’è quest’incongruenza di aver modellato una nuova personalità attraverso gli stampi del dolore, così che è venuta fuori un po’ contorta e sformata, e ora che ha fatto tanto per restringersi, farsi piccola piccola e sopravvivere, le si chiede di espandersi all’infinito.

Perché mai, dovrebbe farlo? Qui bisogna, come sempre, lavorare di fantasia.

Come la vorremmo, questa vita nuova? Ce lo chiedevamo anche in precedenza.

Ora che niente ci insegue, cosa vogliamo inseguire noi? Ora che non ci attanaglia più la necessità di funzionare, com’è che vogliamo funzionare?

Ancora una volta, non dobbiamo rispondere subito. Ci arriviamo sgambettando, cadendo, riprendendo ad andare, imparando a correre un po’.

Nei prossimi post vi dico, se v’interessa, quello che mi sto inventando io.

Intanto ricordo con piacere, ancora una volta, che quando chiesi a una psicologa catalana quante altre volte avrei dovuto imparare a camminare, lei mi rispose, con un sorriso indulgente:

Todas las que haga falta.

Tutte quelle necessarie.

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