james deanQuelli come me si credono unici, e non si accorgono di essere un marchio registrato: il Giovane Holden ha commosso una generazione, magari la parte più sfaccimmella e interessante, ma una generazione. Desigual, poi, è proprio l’emblema del conformismo anticonformista.

Quelli come me vengono da realtà piuttosto chiuse, province denuclearizzate o fin troppo nuclearizzate che non cambiano mai, e allora si possono fare scudo di questa cosa, di essere “gli ultimi giusti”, quelli che non si sono piegati, quelli che andavano a fumare nei cessi a scuola o, ancora meglio, non ci andavano e si sentivano ancora più alternativi. Quelli che o se ne sono andati a Berlino e a Londra a vivere “in un paese civile” o, ancora meglio, sono restati “perché bisogna avere il coraggio di cambiare le cose”.

Quelli che vanno contro quelli che benpensano.

E non si rendono conto che la cosa che più proclamano, la loro unicità, è l’unica cosa che non possano rivendicare, perché di “unici” al mondo ce ne sono tanti.

Ma no, siamo (ecco, parliamo alla prima plurale, così non faccio la gnorri), siamo troppo impegnati a fare due cose:

– gli alternativi;
– gli incompresi.

A fare quelli che il Mondiale lo guardano ma con riserva, sperando che vinca il Costa Rica o torturandosi nel loro tifo complesso per l’Italia, che si capisca, eh, che è complesso, se non fosse per il fanciullino di pascoliana memoria che si portano dentro (ma ai tempi di Pascoli a scuola loro leggevano Jim Morrison o uno sconosciuto poeta dialettale del loro paese) pascolerebbero nella più rigida ortodossia intellettuale.

E quando si accorgono che a non guardare il Mondiale, in effetti, sono in tanti, senza dover ripetere a se stessi quanto siano intelligenti a essere maschi etero MA non guardarlo, quando si accorgono che in tanti guardano solo Rai3 o i canali di notizie e considerano il fumetto un genere letterario di tutto rispetto e il porno un genere da rivalutare, allora fanno le vittime… Quando se ne accorgono, fanno le vittime di se stessi.

Tutto pur di non fare la cosa di cui hanno più paura: se stessi, appunto. E magari vivere, ogni tanto.

Perché, se i fratelli conformisti hanno sempre avuto un’ideologia dominante a cui far capo, senza mai sentirsi soli, questi giovani Holden de noantri (a ben vedere, proprio noantri) l’ideologia, l’immagine di sé, hanno creduto di ritagliarsela su misura, guarda caso usando lo stesso metro di tanti loro simili.

E adesso se la ripetono a pappardella, in primis con se stessi, proprio mentre Internet ci dimostra quanto siano generalizzati i nostri gusti, quanto sia vero che c’è una stragrande maggioranza che ascolta musica che odiamo e sembra pensare col culo, ma poi a ignorare l’enorme minoranza che la pensa come noi peccheremmo di disonestà intellettuale. E l’onestà intellettuale è il nostro migliore scudo.

Perché questo, ci serve, uno scudo. Uno scudo per le battaglie contro i mulini a vento che coraggiosamente portiamo avanti fin dall’infanzia, fin dall’adolescenza di disadattati che nessuno ci toglie, fin dal coraggio che pure abbiamo dovuto mostrare a rifiutare il primo tiro di canna o ad accettarlo, a seconda, a partire o a restare, ad avere il coraggio di essere noi anche se non eravamo previsti dalla definizione corrente di “noi”.

Ma poi è finita lì. Questo scudo non l’abbiamo mai abbassato e finiamo per fare i “noi” all’infinito, a riunirci, ad accoppiarci, a divertirci tutti allo stesso modo, e dire di essere diversi da “loro”. Tutti. Finché non ci si comincia a chiedere questi “loro” esattamente chi siano, e non ci si rende conto che “i fan di Beyoncé” o “i berlusconiani” come risposta è un po’ laconica.

E allora che fare?

Io un’idea ce l’avrei: cercarli in noi, questi “loro”. Li abbiamo corteggiati tutta la vita, respingendoli con fervore. Abbiamo costruito l’intera esistenza intorno a un “loro” da respingere, forse nessuno più di noi è preparato sull’argomento (loro, infatti, non sanno nemmeno di essere loro). E una volta trovatili, dire “amen” e finalmente vivere.

Non accontentarci di essere l’alternativa tutta uguale (anzi, disuguale) a un generico “loro”, e a fare gli ortodossi dell’ideologia finché non si tratta di guardare un Mondiale, i duri e puri finché non si tratta di chiavarsi una vrenzola.

Il mondo era minaccioso a scuola, va bene, era “minacciosa” la domenica in chiesa con mamma, concediamoci anche questo. Ma adesso siamo adulti, abbassiamo lo scudo e la prosopopea e guardiamo in faccia la nostra paura di essere uguali a tutti quanti.

Affrontiamola, anzi, invitiamola a prendersi un caffè, come farebbe “uno qualunque”.

Forse ci dirà più cose lei di noi stessi che tutte le storielle autoesaltanti che ci racconteremo da qui alla morte.

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