sollievoSecondo me, proviamo sollievo per le cose sbagliate.

Ok, ancora una volta parlo per me. Ma scommetto che pure voi, qualche volta, avrete provato sollievo per qualcosa che invece avrebbe dovuto allarmarvi.

Ve lo ricordate, il povero Giacomo Leopardi martoriato da facebook, quando diceva che la gente chiama felicità la fine del dolore?

Più o meno stiamo là. Chiamiamo sollievo, a volte, la promessa di continuare a fare, per inerzia, quello che ci fa star male.

Il sollievo è apprendere che per un po’ non staremo peggio. Anche quando star peggio, magari, sarebbe solo la premessa a star bene.

Esempio. Ricordo un amico, a Napoli, che litigava costantemente con la fidanzata. Erano male assortiti, per differenza d’età, d’interessi… Ma, come accade con le grandi passioni, questo particolare era stato ignorato nei mesi dell’idillio ed era affiorato prepotente quando la vita aveva ribussato alla porta, esigendo attenzione. Allora, era diventato tutto un litigio continuo, soprattutto per telefono. L’amico gridava ogni volta che sarebbe stata l’ultima, poi cominciava a temere che lo fosse davvero. Finché una nuova telefonata della ragazza, con l’ennesima tregua, gli “salvava” la serata e lo faceva sentire risollevato.

Finisce bene: una volta si lasciarono davvero e lui ora è con una che lo fa sentire davvero amato.

Lì diventa una malattia, me ne rendo conto, uno di quei problemi che stai peggio a risolverli che a lasciarli così. E allora si vive di piccoli sollievi.

Al lavoro mi capitavano situazioni analoghe, quando improvvisamente chiamavano qualche collega “al piano di sotto”, dove c’era il manager, e lo vedevamo tornare, raccogliere le sue cose e salutarci. Ok, il sollievo del “non è toccata a me” c’era quasi sempre, collegato a spiegazioni varie tipo “non lavorava bene, veniva sempre tardi, si è preso quelle ferie inspiegabili che poi ha prolungato”. Non so se avete presente, per drammatizzare un po’, la scena di Trono di Spade in cui Gregor Clegane sceglie il condannato del giorno per il suo simpatico interrogatorio: uno dei candidati era sicuro di non essere mai scelto perché lo guardava dritto negli occhi durante la selezione. Finì per essere preso, come gli altri.
Io, più modestamente, un giorno fui convocata con l’intero dipartimento e ci fu annunciato che saremmo stati licenziati tutti, in tronco.

E senza la possibilità di salutare gli altri, che provassero il loro momentaneo sollievo prima dei licenziamenti del pomeriggio.

L’azienda in questione ora naviga in pessime acque, eh, non è che questi metodi la facciano sempre franca.

Ma il sollievo che ci accompagna in questo e altri casi dovrebbe farci quasi tenerezza, non trovate? Perché ci diciamo di stare in una situazione “senza via d’uscita”, quando una via d’uscita c’è. Solo che è molto dolorosa.

Non aspettatevi di trovarla nella prossima puntata, che ancora devo arrivarci anche io, ma continueremo a ragionarci su. Se intanto qualcuno la trova la postasse, in palio una paella e la mia eterna gratitudine.

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