clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.

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