acquaTempo. Ultimamente, si parlava di quello, da queste parti.

Del tempo che perdiamo a non ammettere di aver perso tempo.

Di aver trascinato inutilmente una relazione che è andata male, un progetto di lavoro che non funziona, una disputa senza vie d’uscita.

E per una volta vi risparmio la solfa, in cui peraltro credo molto, dell’insegnamento che ne possiamo ricavare, del tempo che non è mai perso se impariamo, del “possiamo scegliere come reagire”. Perché non cancella una realtà ovvia, lapalissiana: una cosa brutta che ci è successa, ci è successa, indipendentemente da come reagiamo.

Penso alla più grande tragedia dell’umanità, i genitori che perdono i figli. Magari in qualche stupido incidente che poteva essere evitato. Alcuni si chiudono nel proprio lutto, altri fondano associazioni, si battono contro la causa della morte del figlio, della figlia. Sono reazioni diverse, ugualmente accettabili, ci mancherebbe, alla stessa cosa. Chi può dire se elaborano meglio il lutto quanti si chiudano nel dolore, se non lo accettino meglio di chi si accanisca nella ricerca degli assassini, nella speranza vana di vedersi restituito il figlio.

Fortuna che in genere non dobbiamo affrontare niente di così grave.

Ma brucia.

“La mia relazione è fallita. Non mi ha mai amato, ho fatto di tutto, di tutto. È durata un anno. È venuta un’altra persona, in cinque minuti gli ha preso il cuore, ha avuto tutto quello per cui ho lavorato, mendicato, implorato”.

“Il progetto è andato a monte. Ci ho investito soldi che avrei potuto impiegare in un mutuo, ho chiamato la gente giusta, ci ho messo la buona volontà e le mie energie. Niente. Sembrava che le cose andassero storte apposta, che una mano invisibile le sabotasse”.

“Devo ritornare in Italia. Le ho provate tutte. Il padrone di casa non mi ha concesso una proroga, è il terzo call center che cambio in tre mesi. Mia madre ha bisogno di me per il negozio. I miei amici se ne stanno andando. Che sono partito a fare cinque anni fa, che adesso che torno mi ritrovo gli amici sposati e con la loro vita. Chissà se riesco a integrarmi di nuovo”.

Sì, brucia.

E possiamo reagire come vogliamo, ci ha fatto male lo stesso. Fa male lo stesso.

Ma a volte, se lavoriamo abbastanza e abbiamo fortuna, si arriva a una consapevolezza come quella (ma ognuno ha la sua) che ha preso me ieri sera. Pensavo proprio a questo: al fatto che, indipendentemente da come reagissi, da se scrivessi questo blog o no, da se per un incredibile scherzo del destino mi ritrovassi coi miei desideri di un tempo realizzati, quello che è successo è successo.

È atroce.

È uno schifo.

È passato.

Sì, passato. Improvvisamente mi sono resa conto che niente di quanto fosse successo mi circondasse in quel momento. Che ci fosse il dolore, il rimpianto, la confusione, ma non la “cosa”, l’avvenimento in sé. Che in quel preciso istante ci fossi solo io, uguale e diversa rispetto a quella che fossi al momento dei fatti.

Sana e salva, più o meno, più resistente, e tuttavia ostinata a costruire la mia vita intorno a qualcosa che è passato, svanito.

Non svaniscono le conseguenze, ovviamente, di questo passato che finalmente lasciamo andare. Non svanisce l’amore, o il rimpianto, o il buco nel conto in banca.

E non svanisce il fatto che il tempo “perso” a soffrire avremmo potuto impiegarlo a inaugurare altri dieci progetti di lavoro, a conoscere altri dieci candidati a rovinarci la vita come meglio credessero (sorrido).

Ma, si diceva, resto io. Uguale e diversa. Quel diversa mi è costato tempo e lavoro, ma mi piace.

E allora sì, che conta la nostra reazione. Allora sì, che sono contenta di aver vissuto il dolore fino in fondo (perfino di vivere quello che resta) e di averlo usato per cambiare.

Quando mi renderò conto, quando ci renderemo conto anche che rinunciare alle cose che non fluiscono, a volte, è l’unico modo per far sì che accadano? Magari non le stesse (o forse sì?), ma ne accadono di buone, utili, felici. Quando ci renderemo conto di questo neanche il tempo sarà più qualcosa di perduto.

Diventerà il giusto tempo passato a soffrire, prima di occuparlo nella cosa più importante: lasciarci vivere.

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