Brick-sculpture-2Mi sto svegliando molto presto, in questi giorni, e le prime parole che vomito sulla carta delle pagine del mattino sono spesso piene d’ansia.

Ma di una consapevolezza nuova, anche: le cose vanno. Bene, male? Vanno.

Forse sto imparando ad andare a ritmo.

Ho capito il senso di una grande banalità (applicarlo è un’altra cosa, ma intanto…). Di quelle che ci sembrano ovvie, ma non le mettiamo mai in pratica. La storia di tirare avanti con quello che abbiamo, invece di aspettare ciò che vogliamo. Invece di attendere che si verifichi la “condizione ottimale” con cui saremmo felici. E no, non è vero che lo saremmo, nella maggior parte dei casi. È una scusa per non agire o semplicemente per non essere, dirsi che “se avessimo quella promozione”, “se lei finalmente mi amasse”… Se è così, è che qualcosa dentro di noi si è inceppata e cerca scuse per non andare avanti.

E invece, secondo quanto mi suggeriscono i miei ansiogeni ma ragionevoli pensieri del mattino, si tratta di prendere a due mani ciò che si ha, e con quello costruire cose.

Prima di farlo, almeno nel mio caso, i giorni è come se non esistessero. È come se fossero quelle macchine in corsa viste da un cavalcavia o da una collina, che non fai in tempo a vedere che modello siano e leggere la targa che sono già sfrecciate via.

È come se i miei giorni fossero stati, per lungo tempo, una corsa senza fine verso un momento solo, quell’attimo di paradiso che avrebbe giustificato tutta l’esistenza, con l’avverarsi di questa cosa che non dipendesse da me.

E invece no. Una volta che si accetta che bisogna partire da quello che si ha, e da lì costruire, procurandosi i materiali solo quando sappiamo quali sono le fondamenta, anche quando il progetto non è chiaro, e man mano che costruiamo scopriamo cosa stiamo facendo… Una volta che si fa tutto questo, i giorni diventano solidi come pietre. Come mattoni. Diventano ciò che dovrebbero essere. Una lunga fila di momenti in cui abbiamo vissuto pienamente tutto quello che eravamo.

E abbiamo pregustato tutto ciò che siamo capaci di essere.

Che non è poco.

A me sta storia di vivere nel presente rompe un po’, perché non lo faccio mai. Ho una fantasia galoppante e adoro fare progetti, continuamente. Soprattutto, adoro realizzarli.

Ma, appunto, che i progetti siano uno stimolo ad andare avanti e non una scusa per stare fermi, in attesa che arrivi quell’ingrediente, quel componente che ci manca per metterli in marcia.

Che il nostro attendere, che di per sé non è male né ci impedisce, se lo prendiamo bene, di sperare, non ci serva a farci scudo dalla vita, questa cosa che crediamo più pericolosa di quanto non sia, e che comunque ci lascia senza scampo. Tanto vale.

Tanto vale conoscere la materia dei giorni.

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