welivehereNotoriamente, ho il senso della casa e dell’ordine di un bufalo imbizzarrito che abbiano appena rinchiuso in un appartamento (non chiedetemi come ce l’abbiano portato). Le operazioni di disinfestazione di casa mia, per i parenti in visita, richiedono di solito un disinfettante, vari acquisti dal negozio di igiene per la casa del quartiere, e l’intervento non proprio facoltativo di un esorcista.

Finché i soliti amici psicologi non mi hanno fatto sospettare tutta una complessa metafora tra disordine interno e disordine esterno (ah, non era solo pigrizia cronica?) e mi hanno proposto di provarci, almeno. Non aspettare proprio l’emergenza sanitaria per fare più dello stretto necessario per sopravvivere.

Così, armata di scopa e ramazza e candeggina profumata (candeggina io?!) mi sono messa a pulire tutta la casa nello stesso giorno, impresa nel mio caso meno frequente dell’incontro con un ectoplasma. Quando finalmente mi sono concessa la meritata doccia, mi sono sentita strana. Cioè, l’idea di uscire da lì senza dovermi fare strada tra i relitti dell’ultimo trasloco era una rivoluzione copernicana. E non era niente male.

Solo che per qualche secondo ho avuto la sensazione di non essere più io, a quel punto. Perché una buona parte di me si identificava con quel caos interno ed esterno che faceva molto tipa figa e vittima di se stessa. E ora era svanito. Ho ripensato ai miei giochi infantili in giardino, al terreno che mi inzaccherava in ogni dove e ai poveri lombrichi estratti dalla terra. Ora che ho una cura maniacale almeno per la mia persona, mi sono resa conto che tutto quello sporco, prima che mamma mi buttasse di peso nella vasca da bagno, mi proteggeva.

Mi sentivo al riparo.

E forse se lasciavo casa mia in quelle condizioni, disboscandola solo per l’arrivo di ospiti, era per sentirmi come Horacio Quiroga in un racconto che lessi a scuola, in cui il protagonista e sua sorella si vedevano piano piano la casa invasa da… non si capiva bene cosa, e vivevano sempre più costretti in un angolino minuscolo.

Io sono un po’ così, è come se mi ritagliassi un angolino di casa (di solito il letto) che sia solo mio, e le mie incursioni nel resto dello spazio domestico siano solo piccoli incidenti, frutto della necessità di mangiare o lavarmi. È come se la casa possedesse me, e io mi permettessi di occuparne una minima parte, che mi faccio bastare da così tanto tempo che credo perfino che mi avanzi.

Ovviamente è un’ordalia a cui mi sottopongo da sola, per sentirmi al riparo.

È come se, dicevo in un altro articolo, per sentirmi al sicuro il pericolo me lo debba creare. Fa tanto campagna elettorale dei conservatori americani, ma se ci pensate non è così raro.

Diamo per scontato che “fuori” (di casa, dal letto) sia pericoloso, e allora non ci proviamo nemmeno. Ci ritagliamo il famoso angolino di cui si vaneggiava in precedenza, e ci sentiamo al riparo.

Di base c’è l’idea che non sappiamo vivere altrimenti. Che qualsiasi cosa ci aspetti fuori, che sia una montagna di panni da lavare o un lavoro da procurarsi, non siamo capaci di affrontarla.

E allora ci mettiamo al riparo. Da pericoli realmente esistenti (ripeto che non ci sono formule magiche per trovare lavoro, ce ne sono, e non così magiche, per gestire il fatto di non avercelo e continuare a cercarlo). E spesso, da pericoli che ci creiamo noi, per convincerci che siamo così bravi, e prudenti, a ripararci dalla vita.

Finché non ci accorgiamo che abbiamo passato la vita a metterci al riparo da noi stessi.

Continuiamo presto.

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