lancia_spezzata_914144008Vittoria di Pirro. Vi ricordate, a scuola?

È quella in cui si perde più di quanto si guadagna.

Quella che riportiamo quando dimentichiamo per cosa, esattamente, lottassimo. Quando perdiamo il senso delle cose, quel famoso nesso tra gli sforzi che facciamo e i nostri obiettivi.

Ricordo all’università le colleghe di un altro dipartimento, dottorande in carriera che perdevano la loro vita al servizio di docenti despoti, salvo poi rendersi conto che, tra crisi e riforme universitarie, le magre consolazioni che ottenevano non compensavano lo sforzo fatto. Alcune si sono rassegnate a fare altro, ritrovando se stesse. Lì ti fa strano anche chiamarla “rassegnazione”, la consapevolezza che il motivo per cui continui a fare quella cosa non sussiste più. Poi ci sono quelle che lo fanno a oltranza.

In quante storie di re, di faide tra dinastie, dal Riccardo III (e Macbeth) di Shakespeare a Trono di Spade, tutto il casino che fa il sovrano di turno per prendere il potere non compensa i vantaggi che avrà una volta sul trono?

Io tutto questo lo chiamo vittoria di Pirro. Fare i debiti per comprarsi un’auto potentissima, ma anche spendere 500 euro in trucchi di marca e creme antirughe, e scoprire che l’acquisto non copre il senso d’inadeguatezza che l’ha mosso.

A me, indovinate un po’, capitava con le relazioni. Fare carte false per convincere l’indeciso di turno che l’idea di noi insieme non fosse poi così balzana, sopportare ere geologiche di ambiguità, tonnellate di dolore, e il peso terribile dell’assenza. Quando sono riuscita nell’intento ho avuto qualche mese di gloria, di bellezza, e poi secoli di incomprensioni, di nuove assenze, tutte le pause e le riprese di qualcosa che si è fatto ingranare con la forza.

Ormai un segreto ce l’ho, per riconoscere una potenziale vittoria di Pirro, me l’ha insegnato tale Kant: è quando ciò che voglio raggiungere è un mezzo e non un fine. Quando si tratta di qualcosa che mi “serva” a sentirmi meglio, invece che un obiettivo che mi faccia piacere raggiungere di per sé.

Nelle relazioni sballate, spesso l’altra persona ci serve come un mezzo per affermare le nostre capacità seduttorie, per convincerci che riusciamo a farlo, a sedurre chi non ci vuole. Se è questo, soprattutto, a spingerci, una volta raggiunto l’obiettivo non resta granché.

E, vi assicuro, come compagno di letto, Pirro è piuttosto scomodo. Ha i piedi freddi.

Ricordo l’alcolizzato di Donne che amano troppo, di Robin Norwood, che, dopo aver trovato la classica donna-santa che l’ha aiutato nella sua riabilitazione, l’ha persa quando ormai era diventato un’altra persona, sobria, attenta, presente. La santa non aveva più niente da fare, con lui, niente da dimostrarsi. La sua vittoria di Pirro era diventata una vittoria reale, e non le andava più bene.

E qui, allora, scatta la speranza. La speranza per cui, se il nostro amore è sincero, una volta sparita la causa per cui ci accanivamo, si possa trasformare, possa diventare un sentimento più sereno e sensato, facile da portarsi appresso e da godersi in due.

Ma non dobbiamo accanirci neanche in quello.

Le migliori “battaglie” si vincono deponendo le armi e scoprendo per cosa vale la pena davvero impegnarsi.

Spoiler: per questo genere di cose (amore, benessere, serenità), non si lotta affatto. Si lavora, si spera, un po’ ci si affanna. Ma, nonostante la fama che la precede, comincio a pensare che la vita, quella che davvero vale la pena attraversare, sia una grande pacifista.

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