bienvenue-chez-les-ch-tis-27-02-2008-17-gEd è arrivato il momento tanto atteso dell’ultimo giorno di corso. Tanto atteso, perché svegliarmi alle 8 tutto agosto per andare a fare francese, uhm. Ok, mi svegliavo e mi riaddormentavo, la prof. si lamentava sempre del ritardo. E poi confesso che iscrivermi a un corso per principianti dopo aver letto La Recherche di Proust, non è stata un’idea brillante. Ok, l’ho solo iniziata. Ma la capivo, eh.

Abbiamo chiuso il corso in bellezza, con Benvenuti al Nord, quello francese ovviamente. In bellezza, perché io avrei potuto fingere di capire e le mie compagne neofite non avrebbero avuto modo di torturare ulteriormente Voltaire con qualche “Barceloné” o “giantiu” (versione brasiliana inedita dell’aggettivo gentil). Avevo visto solo Benvenuti al Sud, quello italiano, sorprendendomi della scarsa comprensione pubblica della differenza tra plagio e remake.

Essendo i due film praticamente identici, mutatis mutandis, ho avuto modo di apprezzare un’altra volta la scena in cui il protagonista “mammone” va a comunicare la volontà di sposarsi all’invadente genitrice, che con sua grande sorpresa lo “assolve” e benedice in quattro e quattr’otto.

Allora con le compagne abbiamo commentato, rigorosamente in spagnolo, che con le cose che ci fanno paura succede sempre così: ci pensi per giorni e giorni e, al momento fatidico di affrontarle, non succede niente di speciale.

Sì, ha confermato la prof. (sempre in spagnolo, conosce i suoi polli): lei aveva passato tutto il fine settimana preoccupata per il discorso che avrebbe fatto alle segretarie dell’associazione che ci ospitava. Il corso di francese non sarebbe ripartito a settembre, se non forse dal livello principianti, e lei, su nostra richiesta (giacché perseverare è diabolico), aveva acconsentito a darci lezioni private. Quindi s’era intossicata il sabato a chiedersi come l’avrebbe detto alle ragazze dell’associazione. Una una volta davanti a loro, ovviamente, era andato tutto liscio.

Quest’episodio mi ha portato a riflettere ancora una volta su questo paradosso: sarà che tendiamo a ingigantire le cose, ma, quando affrontiamo le nostre paure, scopriamo spesso che non erano poi così fondate, o che il disagio/dolore di cui abbiamo paura è più che sopportabile. Quando invece cerchiamo di evitarle, ci caschiamo dentro con tutti i panni, con conseguenze nefaste.

Mi sono quindi accorta che le principali difficoltà della mia vita, grazie Watzlawick, sono soluzioni sbagliate a problemi che non voglio vedere, sulla cui vera natura m’inganno.

Magari non sono la sola, che dite?

Allora sto facendo un esercizio un po’ scemo e molto utile: scoprire il problema di fondo, quello vero, e verificare quanto sia efficace la soluzione. Spoiler: appunto, lo è poco.

Esempio: il perfezionismo. Problema apparente: non sono perfetta. Problema reale: ho la convinzione infantile che senza essere perfetta non verrò amata. Quindi, problema realissimo: ho paura di non essere amata. Vedete un nesso patente tra essere amati e fare tutto bene? Se sì, vi do il numero di qualche psicologo, in che lingua vi serve? Pensate a tutte le persone piene di difetti “eppure” amatissime, e alla contraddizione che ci fa impazzire della persona odiosa con partner santo al seguito. Indi per cui: tutti gli sforzi che faccio per essere perfetta sono una soluzione inefficace a un falso problema.

Ma la vera questione, qual è? Non so la vostra, ma nel mio caso è il vuoto. Mi sono immaginata improvvisamente senza problemi. Le tesine di postgrado consegnate, la casa arredata e affittata, i lutti elaborati, i denti raddrizzati… No, qui si sfocia nell’utopia. Comunque. Solo un bel sogno? No, un incubo da paura! Perché, me lo dico da sola, vabbuo’? Sono tutte stronzate. A che mi servono? A coprire il vuoto, l’assenza di problemi. Perché?

Ci ho scritto una favola, una volta.

Ma ve la racconto nel prossimo post.

Cercate di non morire dalla curiosità.

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