la_piccola_fiammiferaiaHo deciso: ogni nuova lingua che imparo (e me ne mancano, eh) controllo come si dice almeno.

Perché l’avverbio, in sé, è carino. In italiano mi dà ancora un senso di sollievo.

Della versione inglese ricordo questo discorso che circola su Internet, e che ritrovo e poi riperdo, sulla differenza tra empatia e pietà quando consoli un amico in difficoltà. L’empatia porta a pronunciare frasi come: “Quello che ti è successo è terribile, ma per qualsiasi cosa sono qui”. La pietà, invece: “Almeno non ti ha tradito una seconda volta!”, “Almeno ti danno la buonuscita”, “Almeno puoi ancora camminare”.

Pensandoci bene, almeno dev’essere un parente prossimo di un’espressione altrettanto simpatica: “meglio così”.

Ed è un compagno fedele se siamo di quelli che, per vedere un po’ di luce, hanno bisogno di gettarsi addosso tonnellate di buio. Come piccole fiammiferaie che il freddo se lo cerchino. Se siamo così, magari abbiamo quegli amici strafottenti e succhiaenergie che almeno ci regalano un fiore trovato a terra venendo a casa nostra, e pensiamo, “in fondo è adorabile”. Come ne I ragazzi dello zoo di Berlino, l’amico eroinomane che viveva in un porcile di casa ma, quando ci andava a dormire Christiane, le faceva sempre trovare il letto pulito e profumato. Che bello, che poetico, pensavo leggendo.

Ai tempi, a ben pensarci, leggevo anche Brizzi e un’amica mi disse “Sai chi mi piace di Jack Frusciante? Martino. È uno che almeno ha capito tutto nella vita”. E io che sapevo come andasse a finire, col suo Martino, me ne stavo zitta.

Almeno. Quel gesto che crediamo compensi tutto, i giorni che passa a non chiamarci, ma poi una notte si degna di passarla da noi e rieccoci a dirci no, andrà bene. Potere di almeno una notte.

Al lavoro facciamo gli straordinari gratis, ma almeno il supervisore ci dice che se non fosse per noi…

Almeno, usato così, ha un sapore di lumino fioco, intravisto appena tra quintali di buio.

È un peccato che si abbia bisogno di quelli, per vedere un po’ di luce.

Anche perché non ci accorgiamo che con gli almeno, compreso nel prezzo, arriva anche tutto il cono d’ombra.

Se siamo di quelli che credono che l’affetto si merita, per l’amore si lotta, che il diritto al lavoro se lo sono inventato in qualche libro Fantasy, allora hai voglia di ingoiare… buio, diciamo, per quell’angolino di luce.

Insomma, io ho deciso. Basta con gli almeno. Quando ho deciso?

Be’, quando ho litigato con un amico e mi ha cercato lui, e senza dare l’impressione di aver perso una gara, perché l’amicizia era più forte dell’orgoglio.

Ho deciso quando ho smesso di frequentare la più problematica delle mie datrici di lavoro, e mi spiace che sia una simpatica nonnina, ma trattar male è trattar male.

E sto decidendo ogni volta che preferisco un presente fatto di assenze, per quanto possa essere doloroso, a un futuro fatto di presenze scomode.

Il mondo degli almeno è difficile da lasciare, perché è comodo e soffice come il cuscino più morbido che ti accaparri a casa nuova, e una volta a letto scopri che ci sprofondi la testa.

No, facciamo sprofondare gli almeno nel dimenticatoio. Sostituiamoli con la fiducia, l’idea per cui certe cose, se devi lottare per averle, non sono genuine.

Che gli almeno, nel cimitero della nostra grammatica, non meritano neanche un fiore.

E al posto di crisantemi e semprevivi
s’ebbe un mazzetto di punti esclamativi.

Gianni Rodari

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